𝗔𝗻𝗶𝗺𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗶, 𝗽𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝘀𝗶 𝗮𝗺𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗼𝗺𝗼

Gli uomini sono naturalmente attratti da qualsiasi cosa assomigli ad un cucciolo e sia dotata di caratteristiche neonatali. Studi svolti in ambito veterinario dicono che le differenze di genere nell’attaccamento agli animali da compagnia sono minori di quanto solitamente si creda: un numero uguale di uomini e donne possiede cani e gatti; un numero uguale compra loro regalini alle ricorrenze; sono simili nel far dormire l’animale sul proprio letto. Quando un padrone gioca con il proprio cane, si liberano nell’organismo grandi quantità di ossitocina, ormone legato anche all’affettività verso la prole. Uno studio spiega che il cervello delle mamme attiva una rete cerebrale comune quando le madri guardano immagini dei lori figli o del loro cane. Ad accendersi nello stesso modo sono aree cerebrali importanti per funzioni come emozione, ricompensa, rapporto filiale, elaborazione visiva e interazione sociale. Così il cane viene percepito simile ad un figlio e fa parte della famiglia. Il 40% degli italiani vivono con un animale domestico e le ricerche scientifiche mostrano come la presenza di un cane o un gatto in casa possa essere fonte di grandi benefici per la nostra salute. Notevoli differenze di genere invece emergono nella cura degli animali. Le donne eseguono più della metà dei lavori di routine e costituiscono l’85% della clientela dei veterinari. L’animale domestico può essere un ottimo coterapeuta (pet teraphy) in particolare con i bambini e con gli anziani, adottato con successo anche nelle strutture sanitarie. Cani e gatti sono dei perfetti prototipi infantili. Dipendono dall’uomo per tutto l’arco della vita e mandano segnali che innescano l’accudimento: dalla richiesta di attenzione al mantenimento di un contatto visivo. Ed è proprio sul contatto visivo che si innesca la “relazione intensa” tra uomo e animale, soprattutto con il cane. Poi c’è la percezione tattile non trascurabile che procura piacere reciproco e potenzia il legame: accarezzare un gatto dal pelo di seta è esperienza per molti sublime. Chi ha avuto esperienza di vita per esempio con un cane, facilmente lo definisce un amore che non conosce egoismo. Gli animali non sanno niente del passato e del futuro, ma capiscono e interiorizzano quel linguaggio universale che, a volte, noi dimentichiamo: le emozioni. Talvolta la relazione con l’animale domestico è talmente importante nell’economia psichica delle persone che si creano distorsioni di relazione eccessive come la tendenza a considerarli umani e spesso a sostituirli agli umani stessi. Gli psicoterapeuti devono spesso intervenire su veri e propri lutti per la perdita dell’amato quattro zampe, ma anche in severe reazioni depressive, rabbie furiose contro avvelenatori sospettati o introvabili. Dolore devastante che a volte, per pudore, non si può condividere. Una perdita che mette in luce una fragilità che la persona non avrebbe mai pensato di avere

La breve vita degli amori estivi

Secondo i risultati di una recente ricerca condotta su oltre millecinquecento utenti di forum, community e siti web, con un’età compresa tra i 18 e i 55 anni, sei italiani su dieci tendono ad innamorarsi in vacanza. Ma perché dovrebbe essere più facile innamorarsi in vacanza? L’indagine ha analizzato anche quest’aspetto e quello che è emerso, come immaginabile, è che le persone, quando sono in ferie, sono più inclini alle conoscenze perché non sono bloccate dal solito tasso di preoccupazioni e di stress. Altri fattori “galeotti” sono i paesaggi e le atmosfere rilassanti, il clima caldo e il maggior tempo libero. Quest’anno, in particolare, la fine del lockdown è stato un propulsore al recupero della vita di relazione. Il risvolto negativo è che il 74% delle storie nate durante le ferie non superano i due mesi di vita; questo nonostante tutti i mezzi di comunicazione, grazie ai quali ci si potrebbe continuare a sentire anche dopo, a distanza. La fine però non è così indolore: purtroppo, mettere la pietra sopra una relazione nata in vacanza significa vivere una fase molto critica e a soffrire pare essere un italiano su due. Per l’esattezza, l’87% delle persone va incontro a un periodo di depressione, il 74% fai conti con l’ansia, il 59% con sbalzi d’umore e il 13% con veri e propri disturbi alimentari. I più colpiti sarebbero gli uomini, soprattutto quelli più giovani (64%) e i single di ritorno (58%), dato che può apparire sorprendente ma che possiamo confermare. Tutto è nella fisiologia del cambiamento se la compensazione della sofferenza avviene in tempi brevi con un affievolirsi progressivo dell’intensità delle emozioni e dei pensieri ricorrenti. Perché invece alcune rotture sentimentali si trasformano in problema fino a diventare un vero disturbo di rilevanza clinica? Il primo dato per continuare a soffrire è quello di mettere in atto sia nei pensieri che nelle azioni delle “tentate soluzioni inefficaci”: cercare di ripristinare il rapporto, convincere l’altro fino a diventare repulsivi oppure − all’opposto − stare fermi per paura del rifiuto. La situazione si complica ulteriormente quando la relazione s’interrompe senza una spiegazione esauriente, allora l’abbandonato vive una dolorosissima condizione di “lutto senza tomba”. Sparire improvvisamente è una tattica considerata dagli esperti di salute mentale come un vero e proprio atto di crudeltà, poiché la mancanza di spiegazioni impedisce ad un individuo di elaborare emotivamente un’esperienza. Nessuno di quelli che arrivano a chiedere aiuto allo psicoterapeuta pensa però “non gli/le piaccio più”. Già nel 300 a.C. Demostene ci avvertiva che “nulla è più facile che illudersi, perché l’uomo crede vero ciò che desidera”. Dolore inevitabile e insopportabile se l’illusione viene coltivata con granitica determinazione attraverso la ricerca delle “prove a conferma positiva”, per coltivare la speranza che mantiene l’illusione diventata ormai un patologico autoinganno.

𝗚𝗲𝗹𝗼𝘀𝗶𝗮: 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼𝗶𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗮 𝗱’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲

Lo stereotipo è che la gelosia sia indice di amore quando invece è indice d’insicurezza patologica per chi la prova ed è un sentimento non soltanto negativo ma distruttivo. Fa soffrire sia chi ne è tormentato sia chi ne diventa inevitabilmente la vittima. La gelosia può sussistere ma, come la noce moscata sul cibo, non deve farsi sentire. Perciò, se possibile, dev’essere eliminata, se non è possibile, dev’essere elaborata e, se non è possibile, dev’essere curata. Il sentimento della gelosia è a tutti noto, ma in alcune estremizzazioni assume tratti patologici. Nella “sindrome di Otello” il dubbio non esiste: l’altro “è” infedele. La ricerca delle “prove”, non serve qui a dirimere un dubbio, ma serve piuttosto a “inchiodare” il colpevole ad una testimonianza inconfutabile: «Ho le prove del tuo tradimento!». Così c’è chi sottopone tutti i giorni il partner a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento, chi la corrispondenza e il telefono, chi persino la biancheria intima alla ricerca di indicatori di attività sessuali illecite. Costoro non percepiscono la propria gelosia come conseguenza del “modo di essere” dell’altro, decodificato sempre a senso unico. Come tutti i paranoici, anche i gelosi patologici finiscono col costruire esattamente ciò che temono, ovvero la realtà che poi inevitabilmente subiscono.Di fatto, rendono la vita durissima ai loro partner e finiscono cominare profondamente la relazione amorosa. Spesso torturano a tal punto l’altro che la relazione inevitabilmente finisce per “sfinimento” del partner. Partendo da premesse errate (lui/lei potrebbe tradirmi), attraverso una logica stringente − suffragata da ricerche di prove inconfutabili − il sospettoso giunge a conclusioni corrette dal suo punto di vista. Così il geloso patologico si muove al ritmo del Bolero di Ravel. La gelosia inizia con una nota appena udibile, ma sufficiente da aprire le porte al machiavellico sospetto; poi in un crescendo di note, toni e di strumenti si arriva all’happening finale dove tutta l’orchestra suona ai toni più alti e imperiosi. Non è però l’estasi d’amore che va in scena, ma la chiarezza del tradimento. Spesso accade che la ricerca della verità porti ad un’escalation nella relazione, con richieste sempre più incalzanti, fino all’uso della violenza per estorcere una confessione impossibile. E l’esito può essere catastrofico, come così spesso testimoniato dai fatti di cronaca: il geloso paranoico può diventare molto pericoloso per gli altri, ma anche per se stesso. Non dobbiamo tuttavia dimenticare una salutare premessa: nessuno può essere esente dal provare attrazione verso qualcun altro che non sia il partner, così come non si possono evitare fantasie conturbanti o sogni erotici che includono altre persone. Se tutto questo può apparire inaccettabile, certo che la sincerità assoluta nella coppia è un segno conclamato di legame basato sul mutuo soccorso e non di complicità e passione. Il linguaggio del geloso è lucido, l’ideazione è figlia di Aristotele e segue una stringente logica ipotetico-deduttiva. La tesi, che porta alla sintesi, è impossibile da confutare poiché quello che lui persegue sono soltanto le prove a conferma di ciò che crede. La gelosia è una paranoia travestita d’amore, non è assolutamente amore.

𝐂𝐨𝐯𝐢𝐝-𝟏𝟗, 𝐢𝐥 𝐯𝐢𝐫𝐮𝐬 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚

Abbiamo vissuto settimane incredibili, che verranno ricordate da tutte le generazioni che le hanno vissute, dove è stata rivoluzionata la nostra quotidianità, le nostre relazioni sigillate dal provvedimento del Governo “io resto a casa”. Un’epidemia che ha cambiato la nostra relazione con il mondo, con gli altri e con se stessi. Un’esperienza mondiale che favorirà l’accelerazione all’utilizzo del digitale in tutti gli ambiti. La paura è l’emozione che ha accompagnato questo periodo e l’abbiamo vista espressa in modi e contenuti diversi. Le “psicotrappole” della paura dell’epidemia sono state tre. La prima, “sopravvalutare”: sull’ondata emotiva della paura, soprattutto quando i dati sono incerti e l’evoluzione è rapida, si rischia di sopravvalutare il rischio con conseguente panico e perdita di controllo. La seconda,“sottovalutare”: all’estremo opposto, si può sottovalutare il rischio per proteggersi da messaggi o situazioni giudicate troppo ansiogene con negazione totale o parziale del pericolo. La terza, riporre eccessiva fiducia nella scienza medica e nel progresso scientifico: serve il tempo per capire le cose. Le conseguenze sono comportamenti disfunzionali che mettono a rischio sia il singolo che la collettività. Possiamo descrivere queste reazioni eccessive con quattro identikit: anzitutto i complottisti, di solito persone frustrate che non sono riuscite ad affermarsi come avrebbero voluto. Sono mossi da emozioni di rabbia e hanno bisogno di cercare una colpa negli altri come responsabili di intenzioni malevole. Questa modalità di interpretare i dati discordanti provenienti da ambienti scientifici – come è effettivamente successo – serve per elevare se stessi.La loro posizione è espressa con la protervia di “chi vede oltre” gli ingenui o i creduloni. Producono e pubblicano in rete fake news, congetture frutto di notizie non controllate alla fonte. Acquistano così un’agognata visibilità e diventano eroi. I no-wax rappresentano in modo esemplare questa categoria. Da questa posizione non sono stati esenti esimi studiosi. Ci sono poi gli ipocondriaci, coloro che hanno il terrore di ammalarsi ed evitano il pericolo mettendo in atto severe precauzioni. Cercano costantemente informazioni dai medici e in questo periodo dal dottor Google, in rete, per salvaguardarsi meglio. Queste persone hanno rigorosamente messo in pratica le indicazioni di gestione del contenimento del virus ma non solo, hanno “raddoppiato” le precauzioni e costretto anche i familiari a svolgere rigorosi atti di decontaminazione. Gli irresponsabili, invece, non rinunciano al proprio piacere mettendo in campo comportamenti pericolosi per se stessi e per gli altri. E’ la negazione del pericolo per proteggersi da informazioni ansiogene che sono percepite come insopportabili. Persone particolarmente pericolose sempre, ma soprattutto per la prossima estate poiché le vacanze generano spostamenti e raggruppamenti. In ultimo, coloro che vanno a caccia degli untori e che, sempre per effetto della paura, oltre a borbottare hanno assunto comportamenti attivi di denuncia, non solo verso le forze di sicurezza, ma soprattutto mettendo in rete immagini riprese con il proprio telefono in nome di valori morali. La paura, che in sé è un’emozione positiva perché provvede alla nostra sopravvivenza, quando si trasforma in angoscia può sfociare in patologie come disturbi fobici e ossessivi di varia natura, depressioni e paranoie, perché il soggetto perde il controllo e non sa riconoscere da dove arrivi il pericolo per combatterlo.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 “𝐬𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚” 𝖤𝖿𝖿𝖾𝗍𝗍𝗂 𝖽𝖾𝗅𝗅’𝖾𝗆𝖾𝗋𝗀𝖾𝗇𝗓𝖺 𝗌𝖺𝗇𝗂𝗍𝖺𝗋𝗂𝖺 𝗌𝗎𝗅𝗅𝖺 𝗏𝗂𝗍𝖺 𝖺𝗆𝗈𝗋𝗈𝗌𝖺

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi» disse Modigliani alla sua « musa. Molti cercano l’anima nell’altro e non la trovano. E’ l’inizio del “mal d’amore”, un malanno ambiguo che si manifesta non solo per l’assenza dell’amato/a ma anche quando l’amore è finito oppure non riesce a decollare o ancora per delusione. Può ammorbare anche i rapporti con le carte in regola, quelli che fanno presagire un lieto fine. In questi casi il virus non è così evidente, così immediatamente rintracciabile: è estremamente subdolo, crea un diffuso malessere suscettibile di aggravarsi nel tempo e talvolta, quando esplode in tutta la sua virulenza, la prognosi per la coppia può essere infausta. Il virus responsabile è la “credenza”, un insieme di convinzioni consapevoli o inconsapevoli che irrigidiscono le relazioni fino a creare fratture che nel tempo diventano sempre più difficili da sanare. Qualcuno dice che la fine di una storia sia già scritta nel suo inizio. Se pensiamo alle ferme e incrollabili convinzioni su come debbano essere l’amore e la vita a due, non possiamo non concordare. Quando una credenza diventa un dogma si crea un autoinganno rigido che non rende disposti a vedere o fare qualcosa di diverso. Le coppie scoppiano il più delle volte perché non riconoscono o sotto stimano le certezze a cui uno dei due si appella, e di fronte alla manifestazione del disagio ognuno reagisce in ottemperanza alle proprie convinzioni. Così certe convinzioni rigide crollano o s’irrigidiscono a causa della coabitazione forzata della quarantena. Una situazione che alcuni vivono come essere in una pentola a pressione: se la valvola non funziona, scoppia! Alcuni scoprono un partner che non conoscevano; altri esasperano i tratti propri o dell’altro/a; altri ancora assistono increduli al crollo della loro credenza, all’idea che avevano del partner. Un terremoto che supera i bisogni di sicurezza, reciprocità e bene. Com’è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire, canta Battiato. Dalla forza dell’illusione dell’innamoramento all’insano realismo che precedentemente aveva salvato dalla disillusione: ora tutto crolla sotto il peso della fatica relazionale. Oltre alla libertà, le coppie hanno perso anche molto in termini economici. I dati internazionali confermano un’impennata nella richiesta di pratiche di divorzio sia in Cina che negli Stati Uniti e anche in Turchia. Stessa cosa sta succedendo in Italia. La decisione di mettere il timbro “fine” su rapporti già finiti; l’esplosione di reazioni aggressive con la drammatica impennata di violenza domestica. In alcune città sono cambiate anche le procedure: basta un’email per aprire una pratica di separazione consensuale. Il possibile boom delle nascite invece non è successo: la paura delle malattie, la paura di perdere il posto di lavoro, la crisi economica non hanno favorito per ora la fiducia nella vita. Sono invece già evidenti gli esiti clinici in persone che hanno vissuto questo lungo periodo di quarantena come uno stress insopportabile e non come un’opportunità per ridefinire in meglio i rapporti familiari. Aspettiamo e vedremo che per alcuni ci sarà una fisiologica risoluzione con la ripresa della vita. Per altri, si saranno riaccesi disturbi limitanti superati in passato; altri ancora svilupperanno disturbi più o meno severi.

𝗔𝗶𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗮𝗱 𝗮𝗶𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶

Sulle dinamiche tra genitori e figli si può affermare: «Dimmi come funziona la tua famiglia e ti dirò chi sei»; ma vale anche l’inverso: «Dimmi chi sei e ti dirò in che famiglia vivi». Non sempre è così lineare, ma circolare sì. Anche nel sistema famiglia ognuno influenza ed è influenzato dagli altri. Le relazioni dentro le famiglie si evolvono come le società e gli individui, influenzandosi reciprocamente. Negli ultimi decenni si è assistito ad un grosso interesse per le discipline psicologiche, sociali e mediche nei confronti delle dinamiche della famiglia e del ruolo del parenting, cioè del ruolo dei genitori nello sviluppo sano dei figli, sia mentale che comportamentale. Da qui ne è derivata una numerosa letteratura scientifica, anche se si tratta per lo più di testi che non offrono indicazioni chiare, concrete ed applicabili dai genitori per aiutare i figli quando questi mostrano difficoltà o talvolta vere e proprie patologie. Il Centro di Terapia Strategica, attraverso la collaborazione dei ricercatori coordinati dal direttore, ha pubblicato il libro Aiutare i genitori ad aiutare i figli, esito di una ricerca durata dieci anni con l’obiettivo di offrire una mappa che metta in evidenza gli ostacoli, i problemi frequenti, le tattiche e le strategie finalizzate a sciogliere nodi relazionali apparentemente impossibili. E’ un manuale di pronta consultazione che permette subito di chiarire se si tratta di una difficoltà o già di un problema psicopatologico. L’esposizione è suddivisa per fasce di età, a partire dal periodo prenatale, durante il quale prende l’avvio il ruolo genitoriale e le possibili complicazioni connesse. Vengono poi passate in rassegna tutte le caratteristiche dello sviluppo seguendo i manuali di psicologia del ciclo di vita. Quindi, non solo le fasi di crescita infantile e dell’adolescenza ma anche oltre, fino a quando il ruolo dei genitori si debilita, le parti s’invertono e i figli diventano i loro responsabili. Una delle caratteristiche della Psicoterapia Breve Strategica è quella di prevedere una modalità di intervento del tutto originale: intervenire indirettamente attraverso i genitori con i bambini sotto i dodici anni. Le motivazioni prioritarie sono diverse: la giovane età non permette al bambino di collaborare consapevolmente e di utilizzare efficacemente le indicazioni del terapeuta. Primum non nuocere, diceva già Ippocrate, e quindi evitare l’etichettamento diagnostico e anche la frequentazione clinica se non indispensabile. I genitori vengono responsabilizzati – e non accusati, anche se sono parte del problema − a collaborare nel ruolo di co-terapeuti; questo permette loro di intervenire puntualmente, con prescrizioni mirate, per interrompere ciò che mantiene il problema. La collaborazione dei genitori ci permette, fin da subito, di indagare e intervenire le dinamiche familiari, spesso disfunzionali, sia come causa che come esito del problema del bambino. Il loro puntuale intervento quotidiano, sia di relazione che specifico sul sintomo, aumenta l’efficacia del trattamento e ne riduce i tempi, sia per problemi di poca entità che per disturbi più seri, evitando così che il terapeuta incontri il bambino. I problemi frequenti nel bambino sono: paure, disturbi del sonno, enuresi, ansia da prestazione, fobia scolare, mutismo elettivo o selettivo, disturbo ossessivo-compulsivo, disordini alimentari, disturbo oppositivo-provocatorio. Dopo “amare”, il verbo “aiutare” è il più bello del mondo, e farlo in maniera efficace serve molto anche ai genitori che ritrovano la loro naturale funzione.

Dalla sospettosità al delirio paranoico

La sospettosità sta alla base di molti disagi, e poche patologie sono popolari come la “fobia sociale.” Lungo un continuum, che può diventare incontrollato, la sospettosità si declina dalla timidezza al delirio, dal disagio, che non compromette severamente la qualità di vita, alla patologia conclamata, con effetti impedenti alla quotidianità.
Chi sospetta teme, senza prove fondate, solo sulla base di semplici indizi, reali o presunti, che da una persona, da un evento, o da un’entità superiore (Dio, destino, fato…) derivi un danno o un pericolo per la propria persona o per i propri interessi. L’atteggiamento sospettoso è quello di colui che avverte la realtà con timore e sentimenti ostili, maturati, questi, da esperienze negative effettivamente vissute o anche solo immaginate.

Chi sospetta è costretto ad essere sempre vigile, pronto a difendersi da qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento. E il “qualcosa” è sempre negativo. Il paranoico ha la certezza che il proprio sospetto sia sensato e giustificato: non ha i dubbi, tipici dell’ossessivo, ha inscalfibili certezze. E’ proprio il dubbio versus la certezza, a costituire la discriminante tra un’ideazione ossessiva e una paranoide. La certezza è la fonte del pensiero paranoico, che converte la conoscenza soggettiva in oggettiva, cioè in Verità assoluta.

Molti studiosi (Fischhoff, Thinès, Costall, Butterworth ecc.) hanno evidenziato come la mente umana tenda a “vedere” la certezza piuttosto che l’incertezza. L’Uomo ha bisogno, infatti, di sanare il dubbio e il timore che questo comporta, per ancorarsi all’apparente sicurezza che una certezza, anche presunta, comporta.

Tutto viene interpretato razionalmente con un’unica categorica logica, che produce una convinzione strutturata che non ha bisogno di essere verificata ma solo confermata. La certezza della malafede altrui sostiene il comportamento diffidente, evitante o aggressivo che, inevitabilmente, stimola diffidenza o aggressività nell’interlocutore: la prova provata che i propri sospetti sono fondati!

La paranoia è per definizione caratterizzata dalla diffidenza nella relazione tra Sé e gli Altri. La miscela di paura e dubbio, che diventano diffidenza e sospettosità, talora condite con rabbia e/o vergogna, può esprimersi in tre reazioni:

  • la reazione di chi si difende preventivamente, con l’evitamento o l’isolamento;
  • di chi si difende attaccando, sia verbalmente che   fisicamente;
  • di chi delira.

La tentata soluzione (cioè il pensiero e/o comportamento disfunzionale che il soggetto agisce, nella convinzione sia la miglior reazione da poter utilizzare in quella situazione) fondamentale e tipica, che regge la struttura del disturbo paranoico – secondo quanto emerso dalla nostra ricerca- è la difesa anticipata o eccessiva verso gli altri.
La persona, cioè, reagisce   in modo eccessivo alla minima provocazione in quanto la sente, ovvero la decodifica, come un’aggressione, oppure percepisce in maniera qualitativamente erronea qualche cosa che, di fatto, non è ne’  un’aggressione ne’ un rifiuto nei suoi confronti.

Paranoia di sé. La certezza paranoica può investire non solo la relazione tra Se’ e Altri, ma anche la relazione che la persona intrattiene con se stessa. Le persone che rientrano in questa variante si sentono costantemente sbagliate e qualsiasi cosa facciano, anche se positiva, verrà vissuta negativamente: per costoro “il successo vale zero e l’insuccesso il doppio”. L’umore è spesso depresso, come risultato di una ideazione lineare e soprattutto sicura: “non posso fidarmi di me.”

Il delirio. La persona si difende contro qualcosa che non esiste, se non nella sua mente (sospetta complotti, vede nemici ovunque, coglie indizi dove non ci sono ).   Il delirio paranoico costruisce una realtà inventata che produce l’effetto concreto di difendersi da qualcosa che non c’è.

La differenza tra salute e patologia psichica   – tra sospettosità -intesa come abitudine a sospettare- diffidenza ossessiva e sconfinamento nel delirio conclamato- sta allora in un incremento quantitativo, prima che nella differenza qualitativa di disfunzionalità. Stessi “meccanismi”, in dosi diverse creano quadri disfunzionali o francamente psicopatologici che hanno bisogno di interventi differenti, mirati, tagliati su misura.
Anche per questo disturbo/patologia, i risultati mostrano, nei fatti, la maggior efficienza ed efficacia di questo modello di intervento rispetto al variegato “mercato” della psicoterapia, confermando quanto già pubblicato rispetto ad altri ambiti patologici.

Dott.ssa Emanuela Muriana (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)
Dott.ssa Tiziana Verbitz (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)

Bibliografia:
Muriana E., Verbitz T. (2017), Se sei paranoico non sei mai solo, Alpes.
Muriana E., Verbitz T., Pettenò L., (2006), I volti della depressione, Ponte alle Grazie
Muriana E., Verbitz T., (2012), Psicopatologia della vita amorosa, Ponte alle Grazie.
Nardone G.,  Balbi E., (2007), Solcare il mare all’insaputa del cielo, Ponte alle Grazie.
Nardone G., G. De Santis (2011), Cogito ergo soffro, Ponte alle Grazie.
Nardone G,. (2014), L’ arte di mentire a se stessi e agli altri, Ponte alle Grazie
Zoja L., Paranoia. (2011), La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri.
Wittgenstein L. (1999), Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi

Come affrontare le ricadute psicologiche della pandemia

Lo scorso 11 Marzo , l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che il Covid-19 è una pandemia, ovvero un virus capace di diffondersi ovunque, portando in poco tempo il contagio in diversi continenti. Questa dichiarazione, unitamente alle inevitabili misure di sicurezza applicate dal Governo italiano per contrastare il dilagare del virus ed evitare il collasso del sistema sanitario, ha generato in tutti noi stati d’ansia, paura e soprattutto angoscia. Una condizione collettiva che può essere un fattore aggravante per alcuni pazienti ansiosi e affetti da disturbi come ipocondria, patofobia, ossessività in tutte le declinazioni. Ma la pandemia ha avuto un risultato paradossale di (apparente) “guarigione collettiva” per i rupofobici, persone che soffrono di un disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione: per far fronte alla loro fobia ossessiva, queste persone sono costrette da un’esigenza continua come ad esempio lavarsi ripetutamente le mani per decontaminarsi. E’ il terrore del contagio – sia di agenti patogeni biologici sia da veleni presenti nell’ambiente – che li spinge compulsivamente a veri e propri riti di pulizia. Persone che hanno fatto del detto “meglio prevenire che curare” la loro ossessione in tempi non sospetti, trasformando la sana prevenzione in uno dei più severi disturbi mentali. Adesso, per la pandemia da Coronavirus siamo noi che dobbiamo con fatica fare ciò che per loro è un comportamento quotidiano ma è anche una grave patologia che li rende schiavi di veri e propri rituali di decontaminazione. Le restrizioni a cui momentaneamente dobbiamo adeguarci possono diventare un’esperienza positiva, un’occasione di cambiamento, adattamento e acquisizione di nuove risorse oppure una condanna che avvelena la nostra quotidianità anche se per un periodo limitato. Certo non siamo così ingenui da non prendere in considerazione tutti gli effetti negativi prevedibili e imprevedibili di questa situazione, ma dobbiamo imparare a pensare che servono idee nuove per far fronte a cose nuove. Noi psicoterapeuti del Centro di Terapia Strategica, in accordo con l’Ordine Professionale Nazionale (CNOP), abbiamo scelto la consultazione per via telematica, in modo da dare un piccolo contributo alle norme di sicurezza del Governo lasciando vuote le nostre sale d’aspetto. Ringrazio i miei pazienti che hanno quasi tutti accettato questa nuova modalità online, evitando così di interrompere percorsi terapeutici già avviati e alcuni dei quali in fasi delicate. La mia esperienza nella psicoterapia telematica, consolidata ormai da qualche anno con pazienti prevalentemente italiani residenti in Europa e in altri continenti, mi permette di usare questi mezzi con le accortezze necessarie sia dal punto di vista formale che della comunicazione, senza compromettere in alcun modo l’efficacia della terapia.

Quando la delusione diventa depressione

Nessuno può farti sentire infelice se tu non glielo consenti, diceva Franklin Delano Roosvelt. La delusione, in effetti, è la prima fonte d’infelicità. Tutti, prima o poi nella vita, veniamo delusi dagli altri, e questo dovrebbe insegnarci ad essere un po’ più disillusi per non rischiare di essere delusi. In alcune persone questa esperienza sfocia in una patologia depressiva tanto subdola quanto invadente e persistente. Alcuni hanno ben chiaro che “non dovrebbero prendersela” per ciò che gli succede, ma non si spiegano perché subiscano così pesantemente il fatto. Altri, invece, sanno che cos’è che li ha portati a stare così male. In ambedue i casi, c’è quasi sempre un “evento critico” vissuto come impossibile da superare, ragione per cui si arrendono. Arrendersi può essere una soluzione di sana flessibilità: l’etologia ne riporta esempi nel mondo animale come meccanismo di salvezza. Ma per le persone che hanno sviluppato una depressione, arrendersi non è un atto di difesa, ma una rinuncia vera e propria. La persona diventa allora vittima degli altri, assume una posizione d’impotenza che finisce per coincidere con uno stile di vita. Tutto diventa insopportabile, faticoso e soprattutto ingiusto. L’attenzione al comportamento altrui conferma sempre la propria posizione d’impotenza. Una posizione di resa che spera però in un atto riparatorio da parte di chi li ha danneggiati. Il loro tallone di Achille è l’aver inconsapevolmente creduto in un’utopia positiva, nell’aver pensato che a loro certe cose non sarebbero mai successe. Magari avevano pensato alla possibilità di subire un lutto o di sviluppare una grave malattia, ma non di poter essere esclusi dalla corsa per la carriera o di trovarsi di fronte a un tradimento sentimentale o di non poter più contare su amicizie sacre. Ed ecco l’effetto sorpresa. La credenza che prima dava sicurezza ora ha creato impotenza. Queste persone vivono il tradimento delle proprie aspettative passivamente fino a diventarne vittime, non avendo mai pensato che la posizione di tradito è sì dolorosa ma, se ribaltata in un ruolo attivo, può diventare una posizione di potere. Il tradito può condannare l’altro in vari modi oppure può perdonarlo, non solo per atto di bontà o disillusa razionalità, ma anche per aver superato il rischio di una pericolosa visione ideale.

Breve storia della Psicoterapia Breve Strategica

Il Mental Research Institute (MRI)  a Palo Alto California U.S.A.

Tutto inizia da qui: Il Mental Research Institute (MRI) nasce a Palo Alto nel Settembre del 1958 grazie alle intuizioni di Donald D. Jackson, psichiatra brillante e inventivo, che fonda un istituto dedicato agli studi sui processi interazionali sistemici, cioè studi sulla reciproca influenza, azione e reazione, nella comunicazione tra le persone. Una vera novità: dallo studio del sintomo allo studio del ruolo della comunicazione umana  nel disagio psichico e nella malattia mentale. D.D. Jackson collabora con Gregory Bateson, antropologo, che sposta i suoi studi dall’etnologia all’epistemologia della comunicazione.  La cibernetica, nuova materia multidisciplinare,   apporta strumenti nuovi per studiare i sistemi interattivi di cui la comunicazione umana fa parte. Loro sono le due figure di spicco che videro nei fenomeni della comunicazione la chiave e la spiegazione di tutti i comportamenti umani. Nel 1962 viene fondata la rivista “Family process” di cui D.D. Jackson e J Haley furono i primi direttori.

Parallelamente, le altre importanti scuole di pensiero della psicologia, psichiatria compresa mantenevano, allora come oggi,  l’orientamento positivista di cercare la causa prima del successivo disagio psichico. Il freudiano trauma psichico inconscio, ben si è coniugato con il modello medico di eziologia, cioè lo studio delle cause delle malattie secondo una logica di causa-effetto, concetto che indica la relazione tra due fenomeni (o classi di fenomeni), nel caso in cui il primo fenomeno, detto causa, è motivo di esistenza del secondo, detto effetto.

Nel 1967  al Mental Research Institute viene fondato  il Brief Therapy Center da  clinici e ricercatori multidisciplinari  che già collaboravano con Il M.R.I.

John Weakland, ingegnere chimico e allievo di G.Bateson, per 18 anni ha studiato, confrontandosi direttamente con lui il lavoro di Milton Erickson; Richard Fisch, psichiatra newyorkese, trasferitosi all’M.R.I.;  Paul Watzlawick,  filosofo, psicologo di formazione psicoanalitica, esperto di linguaggio e logica;  Artur Bodin, psicologo, a quel tempo presidente della sezione californiana dell’Amercian Psychological Association.  Tra le persone che a quel tempo lavoravano al M.R.I.  ricordiamo   Virginia Satir psicologa, la più nota terapeuta familiare americana, Jules Riskin, C. Sluszki e Cloe Madanes, che fu asssitente di Paul Watlzawick, e molti altri…  Il Brief Therapy Center  era un progetto per la sperimentazione di tecniche terapeutiche innovative. La multidisciplinarità dei componenti dell’M.R.I. fece di questo Istituto una organizzazione indipendente dedicata alla ricerca, alla formazione e all’attività clinica. Gli studi di quel periodo mettono in evidenza l’importanza delle relazioni familiari patogene nella genesi dei problemi e dei disturbi mentali. Da qui prende l’avvio di un nuovo modo di trattare i problemi e i disturbi mentali con la famiglia del paziente.

La terapia sistemica (familiare) diventa famosa in tutto il mondo grazie agli studi pubblicati nel libro “La Pragmatica della comunicazione umana” (1967) di Paul Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, la bibbia per chi si occupa degli effetti, pragmatici, cioè concreti, della comunicazione nelle persone. Come si dicono le cose, cioè come chi comunica crea effetti diversi in chi riceve la comunicazione. È esperienza di tutti non sentirsi feriti da chi, con attenzione è capace di dirci cose spiacevoli e invece reagire con impulso con chi ci comunica una sciocchezza come essere sollecitati con un clacson ad un semaforo….

La rivoluzione di quegli anni fu il costrutto di Tentata Soluzione Disfunzionale, elaborato al Brief Therapy Center del Mental Research Institute di Palo  Alto: si riferisce alla tendenza delle persone a reiterare gli stessi tentativi di soluzione nonostante si stiano dimostrando inefficaci. In altri termini, ogni tentativo fallimentare di soluzione, se ripetuto nel tempo, va a consolidare, invece di risolvere, il problema iniziale; sostituendosi alle cause originarie per diventare esso stesso causa della persistenza del problema.  Cambia il modo di osservare il problema psicologico, dalla ricerca della causa prima (eziologia)  allo studio del processo – pensieri, azioni e reazioni – che mantiene la disfunzionalità fino a farlo diventare patologia. Possiamo descrivere elegantemente questo paradosso con le parole di Paul Watzlawick: “La (tentata) soluzione diventa il problema”.

Quando una persona ha un problema, cerca e mette in atto una  soluzione, se  non funziona riprova finché non arriva alla soluzione. Questa è il caso più frequente: gran parte di noi ha la capacità di risolvere da solo le migliaia di problemi grandi e piccoli che incontriamo nel nostro percorso di vita. In alcuni casi però non riusciamo a trovare la soluzione giusta e la tentata soluzione può addirittura peggiorare il problema. Tutti coloro che hanno sperimentato un problema impedente, come  una semplice fobia – ad esempio la paura dei piccioni, di guidare l’auto, di rimanere chiusi in ascensore…- sanno che capire la causa non serve per la soluzione e lo sforzo di volontà non è sufficiente a superare la paura. Sì perché la fobia è una paura incontrollabile. A niente serve il richiamo razionale alla realtà.. o sermoni di persuasione empirica. Così la persona comincia ad evitare ciò che crea il panico oppure a chiedere aiuto per poter affrontare ciò che temono. Ecco le tentate soluzioni disfunzionali che mantengono il problema – evitare e chiedere aiuto – che se reiterate nel tempo confermano e peggiorano la situazione fino ad arrivare ad un severo disturbo di ordine psicopatologico.

Paul Watzlawick pubblica nel 1974 “Change” dove si illustra l’innovativo approccio clinico e terapeutico; questa opera propone un modello basato sulla logica della formazione, della persistenza e della soluzione dei problemi e  risente  dell’influenza di Milton Erickson, tanto che questi ne scrive la prefazione. A partire da questi studi, fu costituito il background di quel metodo psicoterapeutico conosciuto come approccio strategico, i cui pilastri principali erano lo studio della comunicazione umana e l’ipnosi senza trance durante il colloquio clinico.

È il 1985 quando Paul Watzlawick, John Weakland, e Giorgio Nardone, giunto a Palo Alto come filosofo della scienza, iniziarono  ad elaborare tecniche innovative per l’intervento su un’ area di patologia poco esplorata dal modello tradizionale del M.R.I.

Uno studio importante che parte dalla pratica clinica sui disturbi fobici e ossessivi  che porta a definire le prerogative epistemologiche-teoriche, cioè lo studio dei   metodi per raggiungere tale conoscenza e relative applicazioni per intervenire. Si delineano il metodo della ricerca, la logica di problem solving strategico e le strategie di comunicazione terapeutica.

Iniziano a formulare, in maniera del tutto originale, il modello di Terapia Breve Strategica distinguendolo dalle altre forme di psicoterapia breve di stampo sistemico, dall’ipnosi ericksoniana e dai modelli di tipo cognitivo-comportamentale.

Nel 1987  la collaborazione tra Giorgio Nardone e Paul Watzlawick diventa sempre più stretta fino alla fondazione congiunta del Centro di Terapia Strategica di Arezzo quale Istituto di ricerca, training e Psicoterapia, per lo sviluppo e l’evoluzione del modello della Scuola di Palo Alto verso una tecnologia terapeutica più avanzata, che calzasse alle specifiche forme di psicopatologia. Ovvero passare da un modello generale a tecniche specifiche.

Nel 2000, durante un convegno internazionale Paul Watzlawick afferma che la scuola di Palo Alto si è trasferita ad Arezzo, proprio in virtù del fatto che, mentre in questa sede, fiorivano ricerche, applicazioni e risultati. presso la sede originale, l’M.R.I, si stava esaurendo ogni tipologia sia di ricerca che di applicazione evolutiva del modello.

Il tutto dette l’avvio a quella che poi sarà la moderna evoluzione della Psicoterapia Breve Strategica, presentata al largo pubblico nel 1990 attraverso la pubblicazione, manifesto dell’approccio evoluto, “L’arte del cambiamento. Manuale di terapia strategica e ipnoterapia senza trance”, scritto da Giorgio Nardone e Paul Watzlawick, tradotto in oltre venti lingue con centinaia di differenti edizioni.

Il Centro di Terapia Strategica di Arezzo: l’equipe dei ricercatori, la ricerca clinica, e la Scuola di Specializzazione

La scuola di formazione del modello di Psicoterapia Breve Strategica di Arezzo, già attiva dal 1988, viene riconosciuta dal  Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) come Scuola Quadriennale di Specializzazione post-laurea in Psicoterapia Breve Strategica (d.m. 20.11.2000).

Una delle peculiarità che distinguono la psicoterapia breve strategica dalle forme tradizionali di psicoterapia  è  chepermette di sviluppare interventi basati su obiettivi prestabilitie sulle caratteristiche specifiche del problema in questione, anziché su teorie rigide e precostituite. Inoltre ogni tipo di patologia è concepita non come una malattia biologica da guarire, bensì un equilibrio disfunzionale da trasformare in funzionale.

Un altro aspetto fondante della psicoterapia breve strategica è quello di spezzare la specifica rigidità patologica del disturbo o del problema  attraverso l’esperienza emozionale correttiva.  Il costrutto, formulato da Franz Alexander nel 1946, indica che il cambiamento terapeutico si può realizzare solo dopo esperienze emozionali correttive che concretamente facciano sperimentare al soggetto di poter fronteggiare ciò che crede di non essere capace di fare. Tale esempio rende merito a un altro concetto terapeutico appreso dai maestri Paul Watzlawick e John Weakland, quello di evento casuale pianificato, ovvero l’idea che per effettuare cambiamenti terapeutici rapidi e concreti fossero necessarie manovre comunicative o prescrizioni elaborate tali da creare nella vita del paziente esperienze correttive che gli apparissero casuali mentre in realtà sono stratagemmi pianificati dal terapeuta.

La soluzione del problema, attraverso la psicoterapia breve strategica è rappresentata, pertanto, da strategie e stratagemmiin grado di far cambiare alla persona le proprie tentate soluzioni disfunzionali e, grazie a ciò, indurlo a sperimentare concretamente il cambiamento terapeutico; ossia fare in modo che il paziente modifichi effettivamente la percezione delle cose che lo costringevano a reazioni patologiche. In questa direzione appare fondamentale differenziare, per ogni forma di psicopatologia, i modelli logici dell’interazione disfunzionale che alimentano la loro formazione e persistenza, e sulla stessa linea costruire modelli di logica strategica dell’intervento risolutivo. L’efficacia e l’efficienza delle strategie e degli stratagemmi terapeutici costruiti ad hoc per le differenti patologie e la loro replicabilità ci hanno condotto poi ad avere una conoscenza effettiva ed empirica del funzionamento di tali equilibri disfunzionali. Tutto ciò spiega l’affermazione apparentemente paradossale: le soluzioni spiegano i problemi.

Nel 2003 vengono pubblicati i primi risultati dei protocolli, che sono un  complesso di regole e procedure specifiche per intervenire e comunicare nelle diverse classi di problema psicopatologico. Vengono posti così all’attenzione scientifica l’ efficacia ed l’efficienza di trattamento per le differenti forme di psicopatologia elaborati e applicati nel decennio precedente su un totale di 3484 pazienti. Risultati: 86% dei casi risolti con una media di 9 sedute. Pensare parlare di efficacia ed efficienza in ambito psicoterapeutico rimane tutt’ora difficile da coniugare con i diversi modelli di intervento!

Il “pragmatismo operativo” del C.T.S. :  l’efficacia rappresenta l’unica forma di verità.

La messa a punto dei protocolli – cioè di linee guida nelle varie fasi della terapia di cui il clinico dispone di trattamento della psicopatologia, dimostrano la loro efficacia efficienza e replicabilità. Sono insegnati con rigore alla Scuola di Specializzazione Quadriennale e sono validati continuamente dagli oltre cento ricercatori  che li applicano in tutto il mondo e soggetti a monitoraggio e aggiustamento continuo sotto la direzione del prof. Giorgio Nardone. L’uso dei protocolli è diventato il parametro per valutare l’efficacia e l’efficienza degli interventi psicoterapeutici sia nella pratica clinica sia come strumento di sperimentazione. La validazione possiamo ormai confermarla positivamente anche come transculturale, in quanto i diversi Centri di Terapia Breve Strategica Nardone’s model sorti  in Stati Uniti, Spagna, Irlanda, Francia, Belgio, Romania, Russia, Paraguay, Colombia, Messico, Costa Rica, Argentina e Cile, confermano percentuali di efficacia equivalenti aggiornati al 2018:

  • Disturbi fobici e ansiosi (95% dei casi)
  • Disturbi ossessivi e ossessivo-compulsivi (89% dei casi)
  • Disordini alimentari (83% dei casi)
  • Disfunzioni sessuali (91% dei casi)
  • Disturbi dell’umore (82% dei casi)
  • Disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza (82% dei casi)
  • Disturbi legati alla dipendenza da internet (80% dei casi)
  • Presunte psicosi, compensazione di disturbo borderline e di personalità (77% dei casi)

Tutti i pazienti sono invitati a seguire un rigoroso follow-up, cioè controlli cadenzati programmati per un anno dalla fine della terapia, ai fini di consolidare il cambiamento oltre a fornirci dati concreti per la ricerca.

Le radici non sono la chioma

Così le nostre radici sono al Mental Research Institute e al Brief Therapy Center, ma il Centro di Terapia Strategica di Arezzo è diventato la chioma di un albero maestoso, con un modello teorico-operativo importante, nutrito di studi di logica, cibernetica e problem solving, decisamente diverso dall’originario. Dallo studio delle ridondanze delle Tentate Soluzioni Disfunzionali del M.R.I. ai protocolli studiati al CTS, sorretti dagli stratagemmi terapeutici idonei a sbloccare la percezione disfunzionale del paziente con la realtà. Inoltre, un’altra caratteristica discriminante rispetto al M.R.I. è la particolare importanza al processo di consolidamento del processo terapeutico: una volta rotto l’equilibrio patogeno dobbiamo ricostruirne un altro funzionale, sviluppando nel paziente la consapevolezza delle proprie risorse. Il paziente deve sentire di essere stato capace di liberare la mente dalle proprie prigioni. Un modello complesso, operativamente chiaro: Psicoterapia Breve Strategica Evoluta Nardone’s model basato sul “pragmatismo operativo” (Nardone & Salvini, 2013) ove l’efficacia rappresenta l’unica forma di verità.

La ricerca è la nostra guida e il nostro guardiano: un’attività libera, aperta, etica, di sperimentazione continua, che punta a sviluppare e condividere conoscenze sposando il rigore per creare una tecnologia psicologica. Le numerose pubblicazioni cliniche del direttore del CTS, prof. G, Nardone e dei ricercatori del CTS,  hanno portato contributi alla comunità scientifica insieme ad un impegno di divulgazione.

La Scienza della Performance

Il Modello di Problem Solving Strategico è un metodo operativo per realizzare i cambiamenti e raggiungere obiettivi prefissati anche in contesti non clinici. Recentemente è stato sistematizzata una nuova branca di ricerca empirico- operativa chiamata Scienza della Performance, una sintesi originale di psicologia, neuroscienze e terapia breve strategica che si occupa di  mettere in condizioni di migliorare  raggiungere e superare le prestazioni del performer, sia esso uno sportivo, un artista uno scienziato o un manager ecc..

Molte sono le scuole e i centri che in Italia e  nel mondo che si definiscono di Terapia Breve Strategica ma che al momento non hanno apportato evoluzioni epistemologicamente significative sia di ricerca che di clinica e sono rimaste ancorate a quella che possiamo definire la preistoria,  del prestigioso Mental Research Instiute che ormai non esiste più. Il giovane albero non innaffiato da idee  si è spento proprio per mancanza di  menti brillanti, di ricerca ed evoluzione.

Emanuela Muriana, psicoterapeuta

Ricercatrice ufficiale e docente didatta del Centro di Terapia Strategica

Bibliografia:

Nardone, G. (2009). Problem solving strategico da tasca: L’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Ponte alle Grazie: Milano.

Nardone, G. & Salvini A. (2013). Dizionario internazionale di psicoterapia. Milano: Garzanti.

Nardone, G. & Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento: Manuale di ipnosi senza trance. Milano: Ponte alle Grazie.

Watzlawick, P., Beavin, J. H. & Jackson, D. D. (1967). Pragmatics of human communication: a study on interactional patterns, pathologies and paradoxes. New York: Norton. Trad. it.: Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio, 1971.

Watzlawick, P., Weakland, J. H. & Fisch, R. (1974). Change: Principles of problem formation and problem resolution. New York: Norton. Trad. it.: Change: La formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio, 1974

Watzlawick, P. & Weakland, J. H. (eds.) (1974). The interactional view: Studies at the Mental Research Institute, Palo Alto, 1965-1974. New York: Norton. Trad. it.: La prospettiva relazionale: I contributi del Mental Researc Institute di Palo Alto dal 1965 al 1974. Roma: Astrolabio, 1978.

Watzlawick, P. (1977). Die Möglichkeit des Andersseins: Zur Technick der therapeutischen Kommunikation. Bern: Verlag Hans Huber. Trad. it.: Il linguaggio del cambiamento: elementi di comunicazione terapeutica. Milano: Feltrinelli, 1980.

Weakland, J. H. & Ray, W. A. (eds.) (1995). Propagations: Thirty years of influence from the Mental Research Institute. New York: Haworth Press.

https://web.archive.org/web/20160304124513/http://www.mri.org/pdfs/bibliography2001.pdf