Gestire le emozioni per vivere meglio

Solitudine, preoccupazione, ansia, paura, reazioni di rabbia allo stress. Questi elementi – emozioni e stati d’animo – che tutti noi conosciamo, sono vissuti dalle persone episodicamente oppure come veri e propri limiti insuperabili. Alcuni sono stati transitori, altri hanno bisogno di cure
psicologiche o farmacologiche.

Sono tutte reazioni a situazioni particolarmente problematiche e oggettive come quella che stiamo vivendo o ad altre della vita. Ogni reazione emotiva ha una ragione d’essere in quanto siamo dotati di un sistema emozionale che ha la funzione di metterci in salvo dalla percezione del pericolo. Le emozioni primarie – paura, rabbia, dolore e piacere – scattano indipendentemente dalla nostra volontà.

Ma è l’intensità dell’emozione a fare la differenza: si va da paure irrazionali, paralizzanti e talvolta anche bizzarre, come ad esempio la fobia dei piccioni o del prelievo del sangue o di situazioni senza via di fuga (ascensori, strade o adesso la paura drammatica del Covid), ad un’incontrollabile rabbia furiosa contro chi ci ostacola perché non parte subito al semaforo quando scatta il verde o contro chi ci “condanna” a stare in casa e ad adottare precauzioni come mascherina e distanziamento, per passare poi al piacere incontrollato di fumare, mangiare di continuo o dedicarsi al gioco di azzardo e al dolore temuto e spesso evitato in mille modi che improvvisamente ci avvolge togliendoci il fiato come un cappio mortale anche se è il risultato di un abbandono amoroso o di un fallimento professionale. E poi ancora la svogliatezza che ci toglie la sensazione di vitalità e la solitudine subita che può subdolamente trasportarci verso disturbi dell’umore e varie forme di depressione.

Se queste intense emozioni persistono nel tempo creano fattori di stress psicologico e fisico che facilmente si convertono in disturbi sia psicopatologici che psicosomatici. La maggior parte di noi ha capacità di elaborare risposte adattive alle perturbazioni della vita, altri esprimono invece la propria fragilità e quindi sono più esposti ad una sofferenza che si trasforma in patologia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che le crisi di ansia siano in forte aumento soprattutto tra gli adolescenti; i disturbi psicologici segnano globalmente un incremento del 400%, da quelli depressivi all’abuso di alcoolici e sostanze tossiche, gioco d’azzardo online e molti altri. Meglio farsi aiutare prima che un problema psicologico si strutturi fino a compromettere la vita.

Un intervento breve e mirato che possa ridare equilibrio e sicurezza.

Il Covid passerà, per questo dobbiamo resistere e cercare di vivere al meglio possibile. Soprattutto, bisogna limitare il lamentarsi perché lamentarsi toglie la speranza. Come diceva San Francesco d’Assisi: «Inizia dal necessario, passa al possibile e ti ritroverai ad aver fatto l’impossibile».

𝐋𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚

“Senza solitudine non c’è relazione, se non sai stare da solo « non sai stare con nessun altro, se non sai stare con l’altro non sai stare
con te stesso.” Questa è l’essenziale ambivalenza del nostro esistere» dice Giorgio Nardone nel suo libro La solitudine, capirla e gestirla per non sentirsi soli. Il primo passo per analizzare la solitudine è guardarla come una moneta con le sue distinte facce: il suo essere scelta e ricercata o,
al contrario, essere subita e rifuggita. Nel primo caso abbiamo ciò che i mistici per primi, poi i filosofi e gli scienziati e infine gli psicologi definiscono la via privilegiata per raggiungere stati elevati di coscienza, per mettere in opera capacità creative e intuitive superiori. Nel secondo caso c’è la solitudine disperata e disperante di chi si sente rifiutato, di chi ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, di chi ha perso persone care o il proprio ruolo sociale, del malato e del morente, di tutte quelle condizioni di
abbandono a se stessi, di smarrimento, di estraneità e non esistenza per gli altri. Questa visione appare ad un primo approccio manichea perché divisa in due poli: uno positivo, quello della solitudine scelta che conduce all’elevazione e alla rottura degli schemi per uscirne più forti; l’altro negativo dove la solitudine subita può diventare una condanna. Ci sono studi che dimostrano quanto la solitudine sia necessaria per lo sviluppo di capacità mentali e comportamenti evoluti; altre ricerche mettono in evidenza la carica patogena della solitudine in quadri clinici importanti. Ecco allora che la solitudine appare come un fenomeno ambivalente. Molti sono i casi dove la solitudine diventa il meccanismo difensivo in disturbi psicopatologici strutturati: la solitudine disperata nella depressione, il ritiro
sociale nelle anoressie, l’evitamento dell’esposizione nelle fobie sociali, l’isolamento progressivo nel disturbo ossessivo-compulsivo o l’isolamento nella paranoia. In altre patologie, invece, la solitudine viene evitata: come nell’ipocondria (l’ossessione fobica di ammalarsi), la persona tende ad
attorniarsi di persone e specialisti di fiducia per essere rassicurati. Lo stesso vale per il ben noto e diffuso disturbo da attacchi di panico dove la persona non riesce a stare da sola per paura di sentirsi male e di morire. Questi sono solo alcuni esempi di disagi e disturbi, ma l’elenco non finisce qui. La cura della solitudine sofferta s’intreccia allora con la cura delle diverse
psicopatologie a seconda di come può influenzarle o esserne influenzata. Oggi però si assiste ad un altro fenomeno emergente per far fronte alla solitudine: l’ipersocialità, una propagazione epidemica di questo
modello di relazione con gli altri per sfuggire alla solitudine sofferta anzitutto dagli adolescenti, per i quali vige lo stigma “se sei da solo sei sfigato” cioè uno da evitare. Ne consegue che la maggior parte dei giovani non esce se non ha la garanzia di una compagnia. Anche numerosi adulti applicano una sorta di equazione: solitudine sofferta significa mancanza di relazioni, pertanto se sei in compagnia non soffri.
Pensiamo ad esempio al rito dell’aperitivo diventato irrinunciabile per molti − giovani e meno giovani − che tanto ha pesato come uno dei comportamenti a rischio per il contagio in questo dannato periodo di
pandemia ma anche come spia del bisogno disperato di far fronte alla paura della solitudine. Il paradosso è che la solitudine assoluta non esiste: ognuno di noi rimane sempre in relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo che lo circonda. Seneca scriveva: «Il saggio basta a se stesso». Coltivare la capacità di saper stare bene da soli è necessario per avere relazioni migliori con gli altri. Inoltre, recita il pensiero di un anonimo, “il privilegio di saper stare bene da soli ti regala quello più pregiato di poter scegliere con chi stare”.
Di tutto questo si è recentemente parlato in un interessante simposio e seminario clinico condotto dal professor Giorgio Nardone e tenutosi online l’8 e il 9 novembre scorsi.

𝗔𝗻𝗶𝗺𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗶, 𝗽𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝘀𝗶 𝗮𝗺𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗼𝗺𝗼

Gli uomini sono naturalmente attratti da qualsiasi cosa assomigli ad un cucciolo e sia dotata di caratteristiche neonatali. Studi svolti in ambito veterinario dicono che le differenze di genere nell’attaccamento agli animali da compagnia sono minori di quanto solitamente si creda: un numero uguale di uomini e donne possiede cani e gatti; un numero uguale compra loro regalini alle ricorrenze; sono simili nel far dormire l’animale sul proprio letto. Quando un padrone gioca con il proprio cane, si liberano nell’organismo grandi quantità di ossitocina, ormone legato anche all’affettività verso la prole. Uno studio spiega che il cervello delle mamme attiva una rete cerebrale comune quando le madri guardano immagini dei lori figli o del loro cane. Ad accendersi nello stesso modo sono aree cerebrali importanti per funzioni come emozione, ricompensa, rapporto filiale, elaborazione visiva e interazione sociale. Così il cane viene percepito simile ad un figlio e fa parte della famiglia. Il 40% degli italiani vivono con un animale domestico e le ricerche scientifiche mostrano come la presenza di un cane o un gatto in casa possa essere fonte di grandi benefici per la nostra salute. Notevoli differenze di genere invece emergono nella cura degli animali. Le donne eseguono più della metà dei lavori di routine e costituiscono l’85% della clientela dei veterinari. L’animale domestico può essere un ottimo coterapeuta (pet teraphy) in particolare con i bambini e con gli anziani, adottato con successo anche nelle strutture sanitarie. Cani e gatti sono dei perfetti prototipi infantili. Dipendono dall’uomo per tutto l’arco della vita e mandano segnali che innescano l’accudimento: dalla richiesta di attenzione al mantenimento di un contatto visivo. Ed è proprio sul contatto visivo che si innesca la “relazione intensa” tra uomo e animale, soprattutto con il cane. Poi c’è la percezione tattile non trascurabile che procura piacere reciproco e potenzia il legame: accarezzare un gatto dal pelo di seta è esperienza per molti sublime. Chi ha avuto esperienza di vita per esempio con un cane, facilmente lo definisce un amore che non conosce egoismo. Gli animali non sanno niente del passato e del futuro, ma capiscono e interiorizzano quel linguaggio universale che, a volte, noi dimentichiamo: le emozioni. Talvolta la relazione con l’animale domestico è talmente importante nell’economia psichica delle persone che si creano distorsioni di relazione eccessive come la tendenza a considerarli umani e spesso a sostituirli agli umani stessi. Gli psicoterapeuti devono spesso intervenire su veri e propri lutti per la perdita dell’amato quattro zampe, ma anche in severe reazioni depressive, rabbie furiose contro avvelenatori sospettati o introvabili. Dolore devastante che a volte, per pudore, non si può condividere. Una perdita che mette in luce una fragilità che la persona non avrebbe mai pensato di avere

La breve vita degli amori estivi

Secondo i risultati di una recente ricerca condotta su oltre millecinquecento utenti di forum, community e siti web, con un’età compresa tra i 18 e i 55 anni, sei italiani su dieci tendono ad innamorarsi in vacanza. Ma perché dovrebbe essere più facile innamorarsi in vacanza? L’indagine ha analizzato anche quest’aspetto e quello che è emerso, come immaginabile, è che le persone, quando sono in ferie, sono più inclini alle conoscenze perché non sono bloccate dal solito tasso di preoccupazioni e di stress. Altri fattori “galeotti” sono i paesaggi e le atmosfere rilassanti, il clima caldo e il maggior tempo libero. Quest’anno, in particolare, la fine del lockdown è stato un propulsore al recupero della vita di relazione. Il risvolto negativo è che il 74% delle storie nate durante le ferie non superano i due mesi di vita; questo nonostante tutti i mezzi di comunicazione, grazie ai quali ci si potrebbe continuare a sentire anche dopo, a distanza. La fine però non è così indolore: purtroppo, mettere la pietra sopra una relazione nata in vacanza significa vivere una fase molto critica e a soffrire pare essere un italiano su due. Per l’esattezza, l’87% delle persone va incontro a un periodo di depressione, il 74% fai conti con l’ansia, il 59% con sbalzi d’umore e il 13% con veri e propri disturbi alimentari. I più colpiti sarebbero gli uomini, soprattutto quelli più giovani (64%) e i single di ritorno (58%), dato che può apparire sorprendente ma che possiamo confermare. Tutto è nella fisiologia del cambiamento se la compensazione della sofferenza avviene in tempi brevi con un affievolirsi progressivo dell’intensità delle emozioni e dei pensieri ricorrenti. Perché invece alcune rotture sentimentali si trasformano in problema fino a diventare un vero disturbo di rilevanza clinica? Il primo dato per continuare a soffrire è quello di mettere in atto sia nei pensieri che nelle azioni delle “tentate soluzioni inefficaci”: cercare di ripristinare il rapporto, convincere l’altro fino a diventare repulsivi oppure − all’opposto − stare fermi per paura del rifiuto. La situazione si complica ulteriormente quando la relazione s’interrompe senza una spiegazione esauriente, allora l’abbandonato vive una dolorosissima condizione di “lutto senza tomba”. Sparire improvvisamente è una tattica considerata dagli esperti di salute mentale come un vero e proprio atto di crudeltà, poiché la mancanza di spiegazioni impedisce ad un individuo di elaborare emotivamente un’esperienza. Nessuno di quelli che arrivano a chiedere aiuto allo psicoterapeuta pensa però “non gli/le piaccio più”. Già nel 300 a.C. Demostene ci avvertiva che “nulla è più facile che illudersi, perché l’uomo crede vero ciò che desidera”. Dolore inevitabile e insopportabile se l’illusione viene coltivata con granitica determinazione attraverso la ricerca delle “prove a conferma positiva”, per coltivare la speranza che mantiene l’illusione diventata ormai un patologico autoinganno.

𝗚𝗲𝗹𝗼𝘀𝗶𝗮: 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼𝗶𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗮 𝗱’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲

Lo stereotipo è che la gelosia sia indice di amore quando invece è indice d’insicurezza patologica per chi la prova ed è un sentimento non soltanto negativo ma distruttivo. Fa soffrire sia chi ne è tormentato sia chi ne diventa inevitabilmente la vittima. La gelosia può sussistere ma, come la noce moscata sul cibo, non deve farsi sentire. Perciò, se possibile, dev’essere eliminata, se non è possibile, dev’essere elaborata e, se non è possibile, dev’essere curata. Il sentimento della gelosia è a tutti noto, ma in alcune estremizzazioni assume tratti patologici. Nella “sindrome di Otello” il dubbio non esiste: l’altro “è” infedele. La ricerca delle “prove”, non serve qui a dirimere un dubbio, ma serve piuttosto a “inchiodare” il colpevole ad una testimonianza inconfutabile: «Ho le prove del tuo tradimento!». Così c’è chi sottopone tutti i giorni il partner a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento, chi la corrispondenza e il telefono, chi persino la biancheria intima alla ricerca di indicatori di attività sessuali illecite. Costoro non percepiscono la propria gelosia come conseguenza del “modo di essere” dell’altro, decodificato sempre a senso unico. Come tutti i paranoici, anche i gelosi patologici finiscono col costruire esattamente ciò che temono, ovvero la realtà che poi inevitabilmente subiscono.Di fatto, rendono la vita durissima ai loro partner e finiscono cominare profondamente la relazione amorosa. Spesso torturano a tal punto l’altro che la relazione inevitabilmente finisce per “sfinimento” del partner. Partendo da premesse errate (lui/lei potrebbe tradirmi), attraverso una logica stringente − suffragata da ricerche di prove inconfutabili − il sospettoso giunge a conclusioni corrette dal suo punto di vista. Così il geloso patologico si muove al ritmo del Bolero di Ravel. La gelosia inizia con una nota appena udibile, ma sufficiente da aprire le porte al machiavellico sospetto; poi in un crescendo di note, toni e di strumenti si arriva all’happening finale dove tutta l’orchestra suona ai toni più alti e imperiosi. Non è però l’estasi d’amore che va in scena, ma la chiarezza del tradimento. Spesso accade che la ricerca della verità porti ad un’escalation nella relazione, con richieste sempre più incalzanti, fino all’uso della violenza per estorcere una confessione impossibile. E l’esito può essere catastrofico, come così spesso testimoniato dai fatti di cronaca: il geloso paranoico può diventare molto pericoloso per gli altri, ma anche per se stesso. Non dobbiamo tuttavia dimenticare una salutare premessa: nessuno può essere esente dal provare attrazione verso qualcun altro che non sia il partner, così come non si possono evitare fantasie conturbanti o sogni erotici che includono altre persone. Se tutto questo può apparire inaccettabile, certo che la sincerità assoluta nella coppia è un segno conclamato di legame basato sul mutuo soccorso e non di complicità e passione. Il linguaggio del geloso è lucido, l’ideazione è figlia di Aristotele e segue una stringente logica ipotetico-deduttiva. La tesi, che porta alla sintesi, è impossibile da confutare poiché quello che lui persegue sono soltanto le prove a conferma di ciò che crede. La gelosia è una paranoia travestita d’amore, non è assolutamente amore.

𝐂𝐨𝐯𝐢𝐝-𝟏𝟗, 𝐢𝐥 𝐯𝐢𝐫𝐮𝐬 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚

Abbiamo vissuto settimane incredibili, che verranno ricordate da tutte le generazioni che le hanno vissute, dove è stata rivoluzionata la nostra quotidianità, le nostre relazioni sigillate dal provvedimento del Governo “io resto a casa”. Un’epidemia che ha cambiato la nostra relazione con il mondo, con gli altri e con se stessi. Un’esperienza mondiale che favorirà l’accelerazione all’utilizzo del digitale in tutti gli ambiti. La paura è l’emozione che ha accompagnato questo periodo e l’abbiamo vista espressa in modi e contenuti diversi. Le “psicotrappole” della paura dell’epidemia sono state tre. La prima, “sopravvalutare”: sull’ondata emotiva della paura, soprattutto quando i dati sono incerti e l’evoluzione è rapida, si rischia di sopravvalutare il rischio con conseguente panico e perdita di controllo. La seconda,“sottovalutare”: all’estremo opposto, si può sottovalutare il rischio per proteggersi da messaggi o situazioni giudicate troppo ansiogene con negazione totale o parziale del pericolo. La terza, riporre eccessiva fiducia nella scienza medica e nel progresso scientifico: serve il tempo per capire le cose. Le conseguenze sono comportamenti disfunzionali che mettono a rischio sia il singolo che la collettività. Possiamo descrivere queste reazioni eccessive con quattro identikit: anzitutto i complottisti, di solito persone frustrate che non sono riuscite ad affermarsi come avrebbero voluto. Sono mossi da emozioni di rabbia e hanno bisogno di cercare una colpa negli altri come responsabili di intenzioni malevole. Questa modalità di interpretare i dati discordanti provenienti da ambienti scientifici – come è effettivamente successo – serve per elevare se stessi.La loro posizione è espressa con la protervia di “chi vede oltre” gli ingenui o i creduloni. Producono e pubblicano in rete fake news, congetture frutto di notizie non controllate alla fonte. Acquistano così un’agognata visibilità e diventano eroi. I no-wax rappresentano in modo esemplare questa categoria. Da questa posizione non sono stati esenti esimi studiosi. Ci sono poi gli ipocondriaci, coloro che hanno il terrore di ammalarsi ed evitano il pericolo mettendo in atto severe precauzioni. Cercano costantemente informazioni dai medici e in questo periodo dal dottor Google, in rete, per salvaguardarsi meglio. Queste persone hanno rigorosamente messo in pratica le indicazioni di gestione del contenimento del virus ma non solo, hanno “raddoppiato” le precauzioni e costretto anche i familiari a svolgere rigorosi atti di decontaminazione. Gli irresponsabili, invece, non rinunciano al proprio piacere mettendo in campo comportamenti pericolosi per se stessi e per gli altri. E’ la negazione del pericolo per proteggersi da informazioni ansiogene che sono percepite come insopportabili. Persone particolarmente pericolose sempre, ma soprattutto per la prossima estate poiché le vacanze generano spostamenti e raggruppamenti. In ultimo, coloro che vanno a caccia degli untori e che, sempre per effetto della paura, oltre a borbottare hanno assunto comportamenti attivi di denuncia, non solo verso le forze di sicurezza, ma soprattutto mettendo in rete immagini riprese con il proprio telefono in nome di valori morali. La paura, che in sé è un’emozione positiva perché provvede alla nostra sopravvivenza, quando si trasforma in angoscia può sfociare in patologie come disturbi fobici e ossessivi di varia natura, depressioni e paranoie, perché il soggetto perde il controllo e non sa riconoscere da dove arrivi il pericolo per combatterlo.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 “𝐬𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚” 𝖤𝖿𝖿𝖾𝗍𝗍𝗂 𝖽𝖾𝗅𝗅’𝖾𝗆𝖾𝗋𝗀𝖾𝗇𝗓𝖺 𝗌𝖺𝗇𝗂𝗍𝖺𝗋𝗂𝖺 𝗌𝗎𝗅𝗅𝖺 𝗏𝗂𝗍𝖺 𝖺𝗆𝗈𝗋𝗈𝗌𝖺

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi» disse Modigliani alla sua « musa. Molti cercano l’anima nell’altro e non la trovano. E’ l’inizio del “mal d’amore”, un malanno ambiguo che si manifesta non solo per l’assenza dell’amato/a ma anche quando l’amore è finito oppure non riesce a decollare o ancora per delusione. Può ammorbare anche i rapporti con le carte in regola, quelli che fanno presagire un lieto fine. In questi casi il virus non è così evidente, così immediatamente rintracciabile: è estremamente subdolo, crea un diffuso malessere suscettibile di aggravarsi nel tempo e talvolta, quando esplode in tutta la sua virulenza, la prognosi per la coppia può essere infausta. Il virus responsabile è la “credenza”, un insieme di convinzioni consapevoli o inconsapevoli che irrigidiscono le relazioni fino a creare fratture che nel tempo diventano sempre più difficili da sanare. Qualcuno dice che la fine di una storia sia già scritta nel suo inizio. Se pensiamo alle ferme e incrollabili convinzioni su come debbano essere l’amore e la vita a due, non possiamo non concordare. Quando una credenza diventa un dogma si crea un autoinganno rigido che non rende disposti a vedere o fare qualcosa di diverso. Le coppie scoppiano il più delle volte perché non riconoscono o sotto stimano le certezze a cui uno dei due si appella, e di fronte alla manifestazione del disagio ognuno reagisce in ottemperanza alle proprie convinzioni. Così certe convinzioni rigide crollano o s’irrigidiscono a causa della coabitazione forzata della quarantena. Una situazione che alcuni vivono come essere in una pentola a pressione: se la valvola non funziona, scoppia! Alcuni scoprono un partner che non conoscevano; altri esasperano i tratti propri o dell’altro/a; altri ancora assistono increduli al crollo della loro credenza, all’idea che avevano del partner. Un terremoto che supera i bisogni di sicurezza, reciprocità e bene. Com’è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire, canta Battiato. Dalla forza dell’illusione dell’innamoramento all’insano realismo che precedentemente aveva salvato dalla disillusione: ora tutto crolla sotto il peso della fatica relazionale. Oltre alla libertà, le coppie hanno perso anche molto in termini economici. I dati internazionali confermano un’impennata nella richiesta di pratiche di divorzio sia in Cina che negli Stati Uniti e anche in Turchia. Stessa cosa sta succedendo in Italia. La decisione di mettere il timbro “fine” su rapporti già finiti; l’esplosione di reazioni aggressive con la drammatica impennata di violenza domestica. In alcune città sono cambiate anche le procedure: basta un’email per aprire una pratica di separazione consensuale. Il possibile boom delle nascite invece non è successo: la paura delle malattie, la paura di perdere il posto di lavoro, la crisi economica non hanno favorito per ora la fiducia nella vita. Sono invece già evidenti gli esiti clinici in persone che hanno vissuto questo lungo periodo di quarantena come uno stress insopportabile e non come un’opportunità per ridefinire in meglio i rapporti familiari. Aspettiamo e vedremo che per alcuni ci sarà una fisiologica risoluzione con la ripresa della vita. Per altri, si saranno riaccesi disturbi limitanti superati in passato; altri ancora svilupperanno disturbi più o meno severi.

𝗔𝗶𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗴𝗲𝗻𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗮𝗱 𝗮𝗶𝘂𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶

Sulle dinamiche tra genitori e figli si può affermare: «Dimmi come funziona la tua famiglia e ti dirò chi sei»; ma vale anche l’inverso: «Dimmi chi sei e ti dirò in che famiglia vivi». Non sempre è così lineare, ma circolare sì. Anche nel sistema famiglia ognuno influenza ed è influenzato dagli altri. Le relazioni dentro le famiglie si evolvono come le società e gli individui, influenzandosi reciprocamente. Negli ultimi decenni si è assistito ad un grosso interesse per le discipline psicologiche, sociali e mediche nei confronti delle dinamiche della famiglia e del ruolo del parenting, cioè del ruolo dei genitori nello sviluppo sano dei figli, sia mentale che comportamentale. Da qui ne è derivata una numerosa letteratura scientifica, anche se si tratta per lo più di testi che non offrono indicazioni chiare, concrete ed applicabili dai genitori per aiutare i figli quando questi mostrano difficoltà o talvolta vere e proprie patologie. Il Centro di Terapia Strategica, attraverso la collaborazione dei ricercatori coordinati dal direttore, ha pubblicato il libro Aiutare i genitori ad aiutare i figli, esito di una ricerca durata dieci anni con l’obiettivo di offrire una mappa che metta in evidenza gli ostacoli, i problemi frequenti, le tattiche e le strategie finalizzate a sciogliere nodi relazionali apparentemente impossibili. E’ un manuale di pronta consultazione che permette subito di chiarire se si tratta di una difficoltà o già di un problema psicopatologico. L’esposizione è suddivisa per fasce di età, a partire dal periodo prenatale, durante il quale prende l’avvio il ruolo genitoriale e le possibili complicazioni connesse. Vengono poi passate in rassegna tutte le caratteristiche dello sviluppo seguendo i manuali di psicologia del ciclo di vita. Quindi, non solo le fasi di crescita infantile e dell’adolescenza ma anche oltre, fino a quando il ruolo dei genitori si debilita, le parti s’invertono e i figli diventano i loro responsabili. Una delle caratteristiche della Psicoterapia Breve Strategica è quella di prevedere una modalità di intervento del tutto originale: intervenire indirettamente attraverso i genitori con i bambini sotto i dodici anni. Le motivazioni prioritarie sono diverse: la giovane età non permette al bambino di collaborare consapevolmente e di utilizzare efficacemente le indicazioni del terapeuta. Primum non nuocere, diceva già Ippocrate, e quindi evitare l’etichettamento diagnostico e anche la frequentazione clinica se non indispensabile. I genitori vengono responsabilizzati – e non accusati, anche se sono parte del problema − a collaborare nel ruolo di co-terapeuti; questo permette loro di intervenire puntualmente, con prescrizioni mirate, per interrompere ciò che mantiene il problema. La collaborazione dei genitori ci permette, fin da subito, di indagare e intervenire le dinamiche familiari, spesso disfunzionali, sia come causa che come esito del problema del bambino. Il loro puntuale intervento quotidiano, sia di relazione che specifico sul sintomo, aumenta l’efficacia del trattamento e ne riduce i tempi, sia per problemi di poca entità che per disturbi più seri, evitando così che il terapeuta incontri il bambino. I problemi frequenti nel bambino sono: paure, disturbi del sonno, enuresi, ansia da prestazione, fobia scolare, mutismo elettivo o selettivo, disturbo ossessivo-compulsivo, disordini alimentari, disturbo oppositivo-provocatorio. Dopo “amare”, il verbo “aiutare” è il più bello del mondo, e farlo in maniera efficace serve molto anche ai genitori che ritrovano la loro naturale funzione.

Dalla sospettosità al delirio paranoico

La sospettosità sta alla base di molti disagi, e poche patologie sono popolari come la “fobia sociale.” Lungo un continuum, che può diventare incontrollato, la sospettosità si declina dalla timidezza al delirio, dal disagio, che non compromette severamente la qualità di vita, alla patologia conclamata, con effetti impedenti alla quotidianità.
Chi sospetta teme, senza prove fondate, solo sulla base di semplici indizi, reali o presunti, che da una persona, da un evento, o da un’entità superiore (Dio, destino, fato…) derivi un danno o un pericolo per la propria persona o per i propri interessi. L’atteggiamento sospettoso è quello di colui che avverte la realtà con timore e sentimenti ostili, maturati, questi, da esperienze negative effettivamente vissute o anche solo immaginate.

Chi sospetta è costretto ad essere sempre vigile, pronto a difendersi da qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento. E il “qualcosa” è sempre negativo. Il paranoico ha la certezza che il proprio sospetto sia sensato e giustificato: non ha i dubbi, tipici dell’ossessivo, ha inscalfibili certezze. E’ proprio il dubbio versus la certezza, a costituire la discriminante tra un’ideazione ossessiva e una paranoide. La certezza è la fonte del pensiero paranoico, che converte la conoscenza soggettiva in oggettiva, cioè in Verità assoluta.

Molti studiosi (Fischhoff, Thinès, Costall, Butterworth ecc.) hanno evidenziato come la mente umana tenda a “vedere” la certezza piuttosto che l’incertezza. L’Uomo ha bisogno, infatti, di sanare il dubbio e il timore che questo comporta, per ancorarsi all’apparente sicurezza che una certezza, anche presunta, comporta.

Tutto viene interpretato razionalmente con un’unica categorica logica, che produce una convinzione strutturata che non ha bisogno di essere verificata ma solo confermata. La certezza della malafede altrui sostiene il comportamento diffidente, evitante o aggressivo che, inevitabilmente, stimola diffidenza o aggressività nell’interlocutore: la prova provata che i propri sospetti sono fondati!

La paranoia è per definizione caratterizzata dalla diffidenza nella relazione tra Sé e gli Altri. La miscela di paura e dubbio, che diventano diffidenza e sospettosità, talora condite con rabbia e/o vergogna, può esprimersi in tre reazioni:

  • la reazione di chi si difende preventivamente, con l’evitamento o l’isolamento;
  • di chi si difende attaccando, sia verbalmente che   fisicamente;
  • di chi delira.

La tentata soluzione (cioè il pensiero e/o comportamento disfunzionale che il soggetto agisce, nella convinzione sia la miglior reazione da poter utilizzare in quella situazione) fondamentale e tipica, che regge la struttura del disturbo paranoico – secondo quanto emerso dalla nostra ricerca- è la difesa anticipata o eccessiva verso gli altri.
La persona, cioè, reagisce   in modo eccessivo alla minima provocazione in quanto la sente, ovvero la decodifica, come un’aggressione, oppure percepisce in maniera qualitativamente erronea qualche cosa che, di fatto, non è ne’  un’aggressione ne’ un rifiuto nei suoi confronti.

Paranoia di sé. La certezza paranoica può investire non solo la relazione tra Se’ e Altri, ma anche la relazione che la persona intrattiene con se stessa. Le persone che rientrano in questa variante si sentono costantemente sbagliate e qualsiasi cosa facciano, anche se positiva, verrà vissuta negativamente: per costoro “il successo vale zero e l’insuccesso il doppio”. L’umore è spesso depresso, come risultato di una ideazione lineare e soprattutto sicura: “non posso fidarmi di me.”

Il delirio. La persona si difende contro qualcosa che non esiste, se non nella sua mente (sospetta complotti, vede nemici ovunque, coglie indizi dove non ci sono ).   Il delirio paranoico costruisce una realtà inventata che produce l’effetto concreto di difendersi da qualcosa che non c’è.

La differenza tra salute e patologia psichica   – tra sospettosità -intesa come abitudine a sospettare- diffidenza ossessiva e sconfinamento nel delirio conclamato- sta allora in un incremento quantitativo, prima che nella differenza qualitativa di disfunzionalità. Stessi “meccanismi”, in dosi diverse creano quadri disfunzionali o francamente psicopatologici che hanno bisogno di interventi differenti, mirati, tagliati su misura.
Anche per questo disturbo/patologia, i risultati mostrano, nei fatti, la maggior efficienza ed efficacia di questo modello di intervento rispetto al variegato “mercato” della psicoterapia, confermando quanto già pubblicato rispetto ad altri ambiti patologici.

Dott.ssa Emanuela Muriana (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)
Dott.ssa Tiziana Verbitz (Psicoterapeuta Ufficiale del Centro di Terapia Strategica)

Bibliografia:
Muriana E., Verbitz T. (2017), Se sei paranoico non sei mai solo, Alpes.
Muriana E., Verbitz T., Pettenò L., (2006), I volti della depressione, Ponte alle Grazie
Muriana E., Verbitz T., (2012), Psicopatologia della vita amorosa, Ponte alle Grazie.
Nardone G.,  Balbi E., (2007), Solcare il mare all’insaputa del cielo, Ponte alle Grazie.
Nardone G., G. De Santis (2011), Cogito ergo soffro, Ponte alle Grazie.
Nardone G,. (2014), L’ arte di mentire a se stessi e agli altri, Ponte alle Grazie
Zoja L., Paranoia. (2011), La follia che fa la storia, Bollati Boringhieri.
Wittgenstein L. (1999), Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi

Come affrontare le ricadute psicologiche della pandemia

Lo scorso 11 Marzo , l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che il Covid-19 è una pandemia, ovvero un virus capace di diffondersi ovunque, portando in poco tempo il contagio in diversi continenti. Questa dichiarazione, unitamente alle inevitabili misure di sicurezza applicate dal Governo italiano per contrastare il dilagare del virus ed evitare il collasso del sistema sanitario, ha generato in tutti noi stati d’ansia, paura e soprattutto angoscia. Una condizione collettiva che può essere un fattore aggravante per alcuni pazienti ansiosi e affetti da disturbi come ipocondria, patofobia, ossessività in tutte le declinazioni. Ma la pandemia ha avuto un risultato paradossale di (apparente) “guarigione collettiva” per i rupofobici, persone che soffrono di un disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione: per far fronte alla loro fobia ossessiva, queste persone sono costrette da un’esigenza continua come ad esempio lavarsi ripetutamente le mani per decontaminarsi. E’ il terrore del contagio – sia di agenti patogeni biologici sia da veleni presenti nell’ambiente – che li spinge compulsivamente a veri e propri riti di pulizia. Persone che hanno fatto del detto “meglio prevenire che curare” la loro ossessione in tempi non sospetti, trasformando la sana prevenzione in uno dei più severi disturbi mentali. Adesso, per la pandemia da Coronavirus siamo noi che dobbiamo con fatica fare ciò che per loro è un comportamento quotidiano ma è anche una grave patologia che li rende schiavi di veri e propri rituali di decontaminazione. Le restrizioni a cui momentaneamente dobbiamo adeguarci possono diventare un’esperienza positiva, un’occasione di cambiamento, adattamento e acquisizione di nuove risorse oppure una condanna che avvelena la nostra quotidianità anche se per un periodo limitato. Certo non siamo così ingenui da non prendere in considerazione tutti gli effetti negativi prevedibili e imprevedibili di questa situazione, ma dobbiamo imparare a pensare che servono idee nuove per far fronte a cose nuove. Noi psicoterapeuti del Centro di Terapia Strategica, in accordo con l’Ordine Professionale Nazionale (CNOP), abbiamo scelto la consultazione per via telematica, in modo da dare un piccolo contributo alle norme di sicurezza del Governo lasciando vuote le nostre sale d’aspetto. Ringrazio i miei pazienti che hanno quasi tutti accettato questa nuova modalità online, evitando così di interrompere percorsi terapeutici già avviati e alcuni dei quali in fasi delicate. La mia esperienza nella psicoterapia telematica, consolidata ormai da qualche anno con pazienti prevalentemente italiani residenti in Europa e in altri continenti, mi permette di usare questi mezzi con le accortezze necessarie sia dal punto di vista formale che della comunicazione, senza compromettere in alcun modo l’efficacia della terapia.