Il piacere che avvelena: sovrappeso e obesità

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foto di Carlo Midollini

Tanti e complessi sono i disordini e i disturbi alimentari. Ormai in crescita esponenziale negli ultimi decenni, si sono evoluti seguendo i modelli culturali che hanno messo l’immagine di sé come uno dei primi ingredienti della propria identità e autostima . L’identità ce l’abbiamo, non perché siamo nati ma perché gli altri ce la riconoscono. Non siamo altro che il risultato del riconoscimento delle persone che abbiamo incontrato. L’autostima invece è la considerazione che la persona ha di se stesso. In questo clima la nostra immagine diventa per alcuni  il parametro della propria persona e investita di  comportamenti inefficaci nel tentativo di correggersi.

Cos’è il disturbo da alimentazione incontrollata?

 Il piacere e il controllo mal riuscito dell’alimentazione si traduce invece in sovrappeso e bulimia, cioè alimentazione incontrollata. Già Epicuro nelle sue Massime ci ricorda che “I piaceri più intensi sono quelli provenienti dal ventre”… un esperto lui di gestione del piacere che pare alternasse giornate di digiuno a giornate di grande abbuffate. Insomma un binge eating, (disturbo da alimentazione incontrollata) è una classe di  problema diffuso che si basa sull’illusione di tenere sotto controllo il peso. Restringere per strafogarsi è un modo per incrementare il piacere di mangiare, un contrasto che amplifica il senso di gusto e sazietà. Un meccanismo rischioso perché anche il più raffinato binge eater  finisce per abbuffarsi senza tregua.

Come si mantiene il binge eating?

Come si mantiene il disturbo? La restrizione crea l’abbuffate, a cui segue un periodo di restrizione a cui seguiranno abbuffate incontrollate… un meccanismo ormai patologico sul quale possiamo intervenire senza pensare di fare leva solo sulla impotente volontà.

Cos’è la bulimia?

La bulimia invece è una patologia alimentare basata su una sfrenata tendenza a mangiare, connotata da un piacere incontrollabile e da una conseguente e continua a paura di perdere il controllo. Qui non abbiamo fasi di restrizione o astinenza. Come si mantiene il disturbo?  Con  il tentativo di controllare il desiderio di consumare,  cadendo nel paradosso di incrementare il desiderio di abbuffarsi.

Come si mantiene la bulimia?  

Sono di solito persone sensibili che imparano ad essere sfrenate con il cibo come una sorta di adattamento funzionale ad una realtà a loro ingestibile. Spesso sono inconsapevoli di questo aspetto del disturbo e vivono il cibo come una sorta di demone che si è impossessato di loro. Tra loro troviamo persone che alternano periodi di dieta, in cui possono raggiungere anche il peso forma,  e recupero del peso spesso con interessi. E’ la casistica più numerosa che si rivolge prevalentemente a dietologi e medici, ma non agli psicoterapeuti. Tutte le diete funzionano, basta essere capaci di seguirle! Se non si riesce siamo in uno dei tanti problemi o disturbi psicologici che rimarranno tali se non sono adeguatamente trattati.

Come si curano i disturbi da alimentazione incontrollata?

La Terapia Breve Strategica ha un’efficacia di oltre 86% nel trattamento di questi disturbi.

Il volto oscuro della rabbia

foto di Carlo Midollinni

“La rabbia è una breve pazzia” scriveva Orazio. Volenti o nolenti la rabbia fa parte della nostra dotazione di emozioni primarie insieme alla paura, al dolore e al piacere. Tutte le  emozioni  primarie innate hanno funzioni adattive, cioè  scattano inconsapevolmente come risposta a stimoli interni o esterni,  per metterci in salvo e contribuire alla nostra sopravvivenza. La funzione vitale della rabbia è quella di sprigionare uno straordinario potenziale di azione non necessario in stato di tranquillità. La rabbia è quella che gode di minor apprezzamento, considerata un difetto tipico delle persone poco equilibrate, che finiscono per pentirsi amaramente dei comportamenti o dalle parole indotti dall’impulsività rabbiosa.

Come nasce la rabbia?

Bisogna sapere però che è la risposta emozionale a uno stato di frustrazione, cioè quando non riusciamo ad ottenere ciò che desideriamo o ciò di cui abbiamo bisogno. Certo alcune persone che hanno una bassa soglia di tolleranza alla frustrazione appariranno come facilmente irritabili o inclini ad esplosioni per poco conto. Se al contrario la soglia di attivazione è molto alta, il soggetto è in grado di sopportare frustrazioni elevate senza reagire. E’ il cosiddetto temperamento che è influenzato dalla percezione soggettiva delle cose. Tutto dipende da come interpretiamo i fatti. Così di fronte allo stesso stimolo reagiamo in modi diversi. Così i rabbiosi sono spesso invitati a controllarsi, così come chi teme di perdere il controllo con la rabbia cerca di controllare se stesso cercando di reprimere la reazione emotiva. Ma reprimere un’emozione non è certo facile, diciamo impossibile… difficile non provare paura quando siamo in panico; difficile non provare piacere se mangiamo qualcosa che ci piace; difficile non provare dolore per una perdita significativa.

Che fare allora?

Non reprimere ma  orientare la scarica rabbiosa in una direzione che ci permetta di farla defluire senza provocare danni irreparabili. Un modo è quello di ampliare i punti di vista da cui guardare le cose – diceva Blaise Pascal-  assumere il punto di vista dell’altro fino a ritenere ragionevole e giustificabile anche ciò che ci disturba. Una capacità che si può ottenere solo con un esercizio e una determinazione prolungata. Un altro modo è quello di canalizzare la rabbia:   prendere carta e penna e scrivere in maniera viscerale cosa vorremmo dire o fare a colui che l’ha provocata. Per chi invece ha paura di perdere il controllo e fare danni agli altri allora è consigliabile  di scrivere dettagliatamente i pensieri brutti e cattivi ogni volta che si presentano. Tutto questo per evitare di dare inutile importanza a chi ci fa soffrire.  La rabbia mal controllata  è un’emozione che troviamo anche in molti importanti disturbi: dall’insonnia alla depressione all’usurante ruminazione mentale. Educare il nostro Orlando furioso è indispensabile per non subirlo.

Con la Terapia Breve Strategica possiamo intervenire efficacemente sulle eccessive reazioni di rabbia fino a renderle funzionali.

Libri consigliati: G.Nardone “Le emozioni, istruzioni per l’uso” 2020; A.Bartoletti “Pensieri brutti e cattivi” 2019; G.Nardone “Cavalcare la propria tigre”2003; L.Ariosto “Orlando Furioso” 1526. E.Muriana, T.Verbitz ” Se sei paranoico non sei mai solo. Dalla sospettosità al delirio paranoico” Alpes ed.2017; E.Muriana, L.Pettenò, T.Verbitz “I volti della depressione” 2006; E.Muriana,T.Verbitz “Psicopatologia della vita amorosa” 2010.

Il piacere che avvelena: sovrappeso e bulimia

Tanti e complessi sono i disordini e i disturbi alimentari.

Ormai in crescita esponenziale negli ultimi decenni, si sono evoluti seguendo i modelli culturali che hanno messo l’immagine di sé come uno dei primi ingredienti della propria identità e autostima. L’identità ce l’abbiamo, non perché siamo nati ma perché gli altri ce la riconoscono. Non siamo altro che il risultato del riconoscimento delle persone che abbiamo incontrato.
L’autostima invece è la considerazione che la persona ha di se stesso. In questo clima la nostra immagine diventa per alcuni il parametro della propria persona, generando spesso comportamenti inefficaci nel tentativo di correggersi. Il piacere e il controllo mal riuscito dell’alimentazione si traducono invece in sovrappeso e bulimia, cioè alimentazione incontrollata. Già Epicuro nelle sue Massime ricorda: «I piaceri più intensi sono quelli provenienti dal ventre».
Un esperto, lui, di gestione del piacere, visto che pare alternasse giornate di digiuno a giornate di grande abbuffate. Insomma il binge eating, (disturbo da alimentazione incontrollata) è un problema diffuso che si basa sull’illusione di tenere sotto controllo il peso. Restringere per strafogarsi è un modo per incrementare il piacere di mangiare, un contrasto che amplifica il senso di gusto e sazietà.
Un meccanismo rischioso perché anche il più raffinato binge eater finisce per abbuffarsi senza tregua.

Come si mantiene il disturbo da binge eating?

La restrizione crea l’abbuffate, a cui segue un periodo di restrizione a cui seguiranno abbuffate incontrollate. Un meccanismo ormai patologico sul quale possiamo intervenire senza pensare di fare leva solo sulla volontà.

La bulimia invece è una patologia alimentare basata su una sfrenata tendenza a mangiare, connotata da un piacere incontrollabile e da una conseguente e continua paura di perdere il controllo. Qui non abbiamo fasi di restrizione o astinenza.

Come si mantiene la bulimia?

Con il tentativo di controllare il desiderio di consumare, cadendo nel paradosso di incrementare il desiderio di abbuffarsi. Sono di solito persone sensibili che imparano ad essere sfrenate con il cibo come una sorta di adattamento funzionale ad una realtà a loro ingestibile. Spesso sono inconsapevoli di questo aspetto del disturbo e vivono il cibo come una sorta di demone che si è impossessato di loro. Tra loro troviamo persone che alternano periodi di dieta, in cui possono raggiungere anche il peso forma, e recupero del peso spesso con interessi. È la casistica più numerosa che si rivolge prevalentemente a dietologi e medici, ma non agli psicoterapeuti. Tutte le diete funzionano, basta essere capaci di seguirle. Se non si riesce siamo in uno dei tanti problemi o disturbi psicologici che rimarranno tali se
non sono adeguatamente trattati. 

Gestire le emozioni per vivere meglio

Solitudine, preoccupazione, ansia, paura, reazioni di rabbia allo stress. Questi elementi – emozioni e stati d’animo – che tutti noi conosciamo, sono vissuti dalle persone episodicamente oppure come veri e propri limiti insuperabili. Alcuni sono stati transitori, altri hanno bisogno di cure
psicologiche o farmacologiche.

Sono tutte reazioni a situazioni particolarmente problematiche e oggettive come quella che stiamo vivendo o ad altre della vita. Ogni reazione emotiva ha una ragione d’essere in quanto siamo dotati di un sistema emozionale che ha la funzione di metterci in salvo dalla percezione del pericolo. Le emozioni primarie – paura, rabbia, dolore e piacere – scattano indipendentemente dalla nostra volontà.

Ma è l’intensità dell’emozione a fare la differenza: si va da paure irrazionali, paralizzanti e talvolta anche bizzarre, come ad esempio la fobia dei piccioni o del prelievo del sangue o di situazioni senza via di fuga (ascensori, strade o adesso la paura drammatica del Covid), ad un’incontrollabile rabbia furiosa contro chi ci ostacola perché non parte subito al semaforo quando scatta il verde o contro chi ci “condanna” a stare in casa e ad adottare precauzioni come mascherina e distanziamento, per passare poi al piacere incontrollato di fumare, mangiare di continuo o dedicarsi al gioco di azzardo e al dolore temuto e spesso evitato in mille modi che improvvisamente ci avvolge togliendoci il fiato come un cappio mortale anche se è il risultato di un abbandono amoroso o di un fallimento professionale. E poi ancora la svogliatezza che ci toglie la sensazione di vitalità e la solitudine subita che può subdolamente trasportarci verso disturbi dell’umore e varie forme di depressione.

Se queste intense emozioni persistono nel tempo creano fattori di stress psicologico e fisico che facilmente si convertono in disturbi sia psicopatologici che psicosomatici. La maggior parte di noi ha capacità di elaborare risposte adattive alle perturbazioni della vita, altri esprimono invece la propria fragilità e quindi sono più esposti ad una sofferenza che si trasforma in patologia.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che le crisi di ansia siano in forte aumento soprattutto tra gli adolescenti; i disturbi psicologici segnano globalmente un incremento del 400%, da quelli depressivi all’abuso di alcoolici e sostanze tossiche, gioco d’azzardo online e molti altri. Meglio farsi aiutare prima che un problema psicologico si strutturi fino a compromettere la vita.

Un intervento breve e mirato che possa ridare equilibrio e sicurezza.

Il Covid passerà, per questo dobbiamo resistere e cercare di vivere al meglio possibile. Soprattutto, bisogna limitare il lamentarsi perché lamentarsi toglie la speranza. Come diceva San Francesco d’Assisi: «Inizia dal necessario, passa al possibile e ti ritroverai ad aver fatto l’impossibile».

𝐋𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚

“Senza solitudine non c’è relazione, se non sai stare da solo « non sai stare con nessun altro, se non sai stare con l’altro non sai stare
con te stesso.” Questa è l’essenziale ambivalenza del nostro esistere» dice Giorgio Nardone nel suo libro La solitudine, capirla e gestirla per non sentirsi soli. Il primo passo per analizzare la solitudine è guardarla come una moneta con le sue distinte facce: il suo essere scelta e ricercata o,
al contrario, essere subita e rifuggita. Nel primo caso abbiamo ciò che i mistici per primi, poi i filosofi e gli scienziati e infine gli psicologi definiscono la via privilegiata per raggiungere stati elevati di coscienza, per mettere in opera capacità creative e intuitive superiori. Nel secondo caso c’è la solitudine disperata e disperante di chi si sente rifiutato, di chi ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, di chi ha perso persone care o il proprio ruolo sociale, del malato e del morente, di tutte quelle condizioni di
abbandono a se stessi, di smarrimento, di estraneità e non esistenza per gli altri. Questa visione appare ad un primo approccio manichea perché divisa in due poli: uno positivo, quello della solitudine scelta che conduce all’elevazione e alla rottura degli schemi per uscirne più forti; l’altro negativo dove la solitudine subita può diventare una condanna. Ci sono studi che dimostrano quanto la solitudine sia necessaria per lo sviluppo di capacità mentali e comportamenti evoluti; altre ricerche mettono in evidenza la carica patogena della solitudine in quadri clinici importanti. Ecco allora che la solitudine appare come un fenomeno ambivalente. Molti sono i casi dove la solitudine diventa il meccanismo difensivo in disturbi psicopatologici strutturati: la solitudine disperata nella depressione, il ritiro
sociale nelle anoressie, l’evitamento dell’esposizione nelle fobie sociali, l’isolamento progressivo nel disturbo ossessivo-compulsivo o l’isolamento nella paranoia. In altre patologie, invece, la solitudine viene evitata: come nell’ipocondria (l’ossessione fobica di ammalarsi), la persona tende ad
attorniarsi di persone e specialisti di fiducia per essere rassicurati. Lo stesso vale per il ben noto e diffuso disturbo da attacchi di panico dove la persona non riesce a stare da sola per paura di sentirsi male e di morire. Questi sono solo alcuni esempi di disagi e disturbi, ma l’elenco non finisce qui. La cura della solitudine sofferta s’intreccia allora con la cura delle diverse
psicopatologie a seconda di come può influenzarle o esserne influenzata. Oggi però si assiste ad un altro fenomeno emergente per far fronte alla solitudine: l’ipersocialità, una propagazione epidemica di questo
modello di relazione con gli altri per sfuggire alla solitudine sofferta anzitutto dagli adolescenti, per i quali vige lo stigma “se sei da solo sei sfigato” cioè uno da evitare. Ne consegue che la maggior parte dei giovani non esce se non ha la garanzia di una compagnia. Anche numerosi adulti applicano una sorta di equazione: solitudine sofferta significa mancanza di relazioni, pertanto se sei in compagnia non soffri.
Pensiamo ad esempio al rito dell’aperitivo diventato irrinunciabile per molti − giovani e meno giovani − che tanto ha pesato come uno dei comportamenti a rischio per il contagio in questo dannato periodo di
pandemia ma anche come spia del bisogno disperato di far fronte alla paura della solitudine. Il paradosso è che la solitudine assoluta non esiste: ognuno di noi rimane sempre in relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo che lo circonda. Seneca scriveva: «Il saggio basta a se stesso». Coltivare la capacità di saper stare bene da soli è necessario per avere relazioni migliori con gli altri. Inoltre, recita il pensiero di un anonimo, “il privilegio di saper stare bene da soli ti regala quello più pregiato di poter scegliere con chi stare”.
Di tutto questo si è recentemente parlato in un interessante simposio e seminario clinico condotto dal professor Giorgio Nardone e tenutosi online l’8 e il 9 novembre scorsi.

𝗔𝗻𝗶𝗺𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗼𝗺𝗲𝘀𝘁𝗶𝗰𝗶, 𝗽𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝘀𝗶 𝗮𝗺𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝘂𝗼𝗺𝗼

Gli uomini sono naturalmente attratti da qualsiasi cosa assomigli ad un cucciolo e sia dotata di caratteristiche neonatali. Studi svolti in ambito veterinario dicono che le differenze di genere nell’attaccamento agli animali da compagnia sono minori di quanto solitamente si creda: un numero uguale di uomini e donne possiede cani e gatti; un numero uguale compra loro regalini alle ricorrenze; sono simili nel far dormire l’animale sul proprio letto. Quando un padrone gioca con il proprio cane, si liberano nell’organismo grandi quantità di ossitocina, ormone legato anche all’affettività verso la prole. Uno studio spiega che il cervello delle mamme attiva una rete cerebrale comune quando le madri guardano immagini dei lori figli o del loro cane. Ad accendersi nello stesso modo sono aree cerebrali importanti per funzioni come emozione, ricompensa, rapporto filiale, elaborazione visiva e interazione sociale. Così il cane viene percepito simile ad un figlio e fa parte della famiglia. Il 40% degli italiani vivono con un animale domestico e le ricerche scientifiche mostrano come la presenza di un cane o un gatto in casa possa essere fonte di grandi benefici per la nostra salute. Notevoli differenze di genere invece emergono nella cura degli animali. Le donne eseguono più della metà dei lavori di routine e costituiscono l’85% della clientela dei veterinari. L’animale domestico può essere un ottimo coterapeuta (pet teraphy) in particolare con i bambini e con gli anziani, adottato con successo anche nelle strutture sanitarie. Cani e gatti sono dei perfetti prototipi infantili. Dipendono dall’uomo per tutto l’arco della vita e mandano segnali che innescano l’accudimento: dalla richiesta di attenzione al mantenimento di un contatto visivo. Ed è proprio sul contatto visivo che si innesca la “relazione intensa” tra uomo e animale, soprattutto con il cane. Poi c’è la percezione tattile non trascurabile che procura piacere reciproco e potenzia il legame: accarezzare un gatto dal pelo di seta è esperienza per molti sublime. Chi ha avuto esperienza di vita per esempio con un cane, facilmente lo definisce un amore che non conosce egoismo. Gli animali non sanno niente del passato e del futuro, ma capiscono e interiorizzano quel linguaggio universale che, a volte, noi dimentichiamo: le emozioni. Talvolta la relazione con l’animale domestico è talmente importante nell’economia psichica delle persone che si creano distorsioni di relazione eccessive come la tendenza a considerarli umani e spesso a sostituirli agli umani stessi. Gli psicoterapeuti devono spesso intervenire su veri e propri lutti per la perdita dell’amato quattro zampe, ma anche in severe reazioni depressive, rabbie furiose contro avvelenatori sospettati o introvabili. Dolore devastante che a volte, per pudore, non si può condividere. Una perdita che mette in luce una fragilità che la persona non avrebbe mai pensato di avere

La breve vita degli amori estivi

Secondo i risultati di una recente ricerca condotta su oltre millecinquecento utenti di forum, community e siti web, con un’età compresa tra i 18 e i 55 anni, sei italiani su dieci tendono ad innamorarsi in vacanza. Ma perché dovrebbe essere più facile innamorarsi in vacanza? L’indagine ha analizzato anche quest’aspetto e quello che è emerso, come immaginabile, è che le persone, quando sono in ferie, sono più inclini alle conoscenze perché non sono bloccate dal solito tasso di preoccupazioni e di stress. Altri fattori “galeotti” sono i paesaggi e le atmosfere rilassanti, il clima caldo e il maggior tempo libero. Quest’anno, in particolare, la fine del lockdown è stato un propulsore al recupero della vita di relazione. Il risvolto negativo è che il 74% delle storie nate durante le ferie non superano i due mesi di vita; questo nonostante tutti i mezzi di comunicazione, grazie ai quali ci si potrebbe continuare a sentire anche dopo, a distanza. La fine però non è così indolore: purtroppo, mettere la pietra sopra una relazione nata in vacanza significa vivere una fase molto critica e a soffrire pare essere un italiano su due. Per l’esattezza, l’87% delle persone va incontro a un periodo di depressione, il 74% fai conti con l’ansia, il 59% con sbalzi d’umore e il 13% con veri e propri disturbi alimentari. I più colpiti sarebbero gli uomini, soprattutto quelli più giovani (64%) e i single di ritorno (58%), dato che può apparire sorprendente ma che possiamo confermare. Tutto è nella fisiologia del cambiamento se la compensazione della sofferenza avviene in tempi brevi con un affievolirsi progressivo dell’intensità delle emozioni e dei pensieri ricorrenti. Perché invece alcune rotture sentimentali si trasformano in problema fino a diventare un vero disturbo di rilevanza clinica? Il primo dato per continuare a soffrire è quello di mettere in atto sia nei pensieri che nelle azioni delle “tentate soluzioni inefficaci”: cercare di ripristinare il rapporto, convincere l’altro fino a diventare repulsivi oppure − all’opposto − stare fermi per paura del rifiuto. La situazione si complica ulteriormente quando la relazione s’interrompe senza una spiegazione esauriente, allora l’abbandonato vive una dolorosissima condizione di “lutto senza tomba”. Sparire improvvisamente è una tattica considerata dagli esperti di salute mentale come un vero e proprio atto di crudeltà, poiché la mancanza di spiegazioni impedisce ad un individuo di elaborare emotivamente un’esperienza. Nessuno di quelli che arrivano a chiedere aiuto allo psicoterapeuta pensa però “non gli/le piaccio più”. Già nel 300 a.C. Demostene ci avvertiva che “nulla è più facile che illudersi, perché l’uomo crede vero ciò che desidera”. Dolore inevitabile e insopportabile se l’illusione viene coltivata con granitica determinazione attraverso la ricerca delle “prove a conferma positiva”, per coltivare la speranza che mantiene l’illusione diventata ormai un patologico autoinganno.

𝗚𝗲𝗹𝗼𝘀𝗶𝗮: 𝘂𝗻𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗼𝗶𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝗮 𝗱’𝗮𝗺𝗼𝗿𝗲

Lo stereotipo è che la gelosia sia indice di amore quando invece è indice d’insicurezza patologica per chi la prova ed è un sentimento non soltanto negativo ma distruttivo. Fa soffrire sia chi ne è tormentato sia chi ne diventa inevitabilmente la vittima. La gelosia può sussistere ma, come la noce moscata sul cibo, non deve farsi sentire. Perciò, se possibile, dev’essere eliminata, se non è possibile, dev’essere elaborata e, se non è possibile, dev’essere curata. Il sentimento della gelosia è a tutti noto, ma in alcune estremizzazioni assume tratti patologici. Nella “sindrome di Otello” il dubbio non esiste: l’altro “è” infedele. La ricerca delle “prove”, non serve qui a dirimere un dubbio, ma serve piuttosto a “inchiodare” il colpevole ad una testimonianza inconfutabile: «Ho le prove del tuo tradimento!». Così c’è chi sottopone tutti i giorni il partner a martellanti interrogatori, chi controlla minuziosamente la castità del suo abbigliamento, chi la corrispondenza e il telefono, chi persino la biancheria intima alla ricerca di indicatori di attività sessuali illecite. Costoro non percepiscono la propria gelosia come conseguenza del “modo di essere” dell’altro, decodificato sempre a senso unico. Come tutti i paranoici, anche i gelosi patologici finiscono col costruire esattamente ciò che temono, ovvero la realtà che poi inevitabilmente subiscono.Di fatto, rendono la vita durissima ai loro partner e finiscono cominare profondamente la relazione amorosa. Spesso torturano a tal punto l’altro che la relazione inevitabilmente finisce per “sfinimento” del partner. Partendo da premesse errate (lui/lei potrebbe tradirmi), attraverso una logica stringente − suffragata da ricerche di prove inconfutabili − il sospettoso giunge a conclusioni corrette dal suo punto di vista. Così il geloso patologico si muove al ritmo del Bolero di Ravel. La gelosia inizia con una nota appena udibile, ma sufficiente da aprire le porte al machiavellico sospetto; poi in un crescendo di note, toni e di strumenti si arriva all’happening finale dove tutta l’orchestra suona ai toni più alti e imperiosi. Non è però l’estasi d’amore che va in scena, ma la chiarezza del tradimento. Spesso accade che la ricerca della verità porti ad un’escalation nella relazione, con richieste sempre più incalzanti, fino all’uso della violenza per estorcere una confessione impossibile. E l’esito può essere catastrofico, come così spesso testimoniato dai fatti di cronaca: il geloso paranoico può diventare molto pericoloso per gli altri, ma anche per se stesso. Non dobbiamo tuttavia dimenticare una salutare premessa: nessuno può essere esente dal provare attrazione verso qualcun altro che non sia il partner, così come non si possono evitare fantasie conturbanti o sogni erotici che includono altre persone. Se tutto questo può apparire inaccettabile, certo che la sincerità assoluta nella coppia è un segno conclamato di legame basato sul mutuo soccorso e non di complicità e passione. Il linguaggio del geloso è lucido, l’ideazione è figlia di Aristotele e segue una stringente logica ipotetico-deduttiva. La tesi, che porta alla sintesi, è impossibile da confutare poiché quello che lui persegue sono soltanto le prove a conferma di ciò che crede. La gelosia è una paranoia travestita d’amore, non è assolutamente amore.

𝐂𝐨𝐯𝐢𝐝-𝟏𝟗, 𝐢𝐥 𝐯𝐢𝐫𝐮𝐬 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚

Abbiamo vissuto settimane incredibili, che verranno ricordate da tutte le generazioni che le hanno vissute, dove è stata rivoluzionata la nostra quotidianità, le nostre relazioni sigillate dal provvedimento del Governo “io resto a casa”. Un’epidemia che ha cambiato la nostra relazione con il mondo, con gli altri e con se stessi. Un’esperienza mondiale che favorirà l’accelerazione all’utilizzo del digitale in tutti gli ambiti. La paura è l’emozione che ha accompagnato questo periodo e l’abbiamo vista espressa in modi e contenuti diversi. Le “psicotrappole” della paura dell’epidemia sono state tre. La prima, “sopravvalutare”: sull’ondata emotiva della paura, soprattutto quando i dati sono incerti e l’evoluzione è rapida, si rischia di sopravvalutare il rischio con conseguente panico e perdita di controllo. La seconda,“sottovalutare”: all’estremo opposto, si può sottovalutare il rischio per proteggersi da messaggi o situazioni giudicate troppo ansiogene con negazione totale o parziale del pericolo. La terza, riporre eccessiva fiducia nella scienza medica e nel progresso scientifico: serve il tempo per capire le cose. Le conseguenze sono comportamenti disfunzionali che mettono a rischio sia il singolo che la collettività. Possiamo descrivere queste reazioni eccessive con quattro identikit: anzitutto i complottisti, di solito persone frustrate che non sono riuscite ad affermarsi come avrebbero voluto. Sono mossi da emozioni di rabbia e hanno bisogno di cercare una colpa negli altri come responsabili di intenzioni malevole. Questa modalità di interpretare i dati discordanti provenienti da ambienti scientifici – come è effettivamente successo – serve per elevare se stessi.La loro posizione è espressa con la protervia di “chi vede oltre” gli ingenui o i creduloni. Producono e pubblicano in rete fake news, congetture frutto di notizie non controllate alla fonte. Acquistano così un’agognata visibilità e diventano eroi. I no-wax rappresentano in modo esemplare questa categoria. Da questa posizione non sono stati esenti esimi studiosi. Ci sono poi gli ipocondriaci, coloro che hanno il terrore di ammalarsi ed evitano il pericolo mettendo in atto severe precauzioni. Cercano costantemente informazioni dai medici e in questo periodo dal dottor Google, in rete, per salvaguardarsi meglio. Queste persone hanno rigorosamente messo in pratica le indicazioni di gestione del contenimento del virus ma non solo, hanno “raddoppiato” le precauzioni e costretto anche i familiari a svolgere rigorosi atti di decontaminazione. Gli irresponsabili, invece, non rinunciano al proprio piacere mettendo in campo comportamenti pericolosi per se stessi e per gli altri. E’ la negazione del pericolo per proteggersi da informazioni ansiogene che sono percepite come insopportabili. Persone particolarmente pericolose sempre, ma soprattutto per la prossima estate poiché le vacanze generano spostamenti e raggruppamenti. In ultimo, coloro che vanno a caccia degli untori e che, sempre per effetto della paura, oltre a borbottare hanno assunto comportamenti attivi di denuncia, non solo verso le forze di sicurezza, ma soprattutto mettendo in rete immagini riprese con il proprio telefono in nome di valori morali. La paura, che in sé è un’emozione positiva perché provvede alla nostra sopravvivenza, quando si trasforma in angoscia può sfociare in patologie come disturbi fobici e ossessivi di varia natura, depressioni e paranoie, perché il soggetto perde il controllo e non sa riconoscere da dove arrivi il pericolo per combatterlo.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚 “𝐬𝐜𝐨𝐩𝐩𝐢𝐚” 𝖤𝖿𝖿𝖾𝗍𝗍𝗂 𝖽𝖾𝗅𝗅’𝖾𝗆𝖾𝗋𝗀𝖾𝗇𝗓𝖺 𝗌𝖺𝗇𝗂𝗍𝖺𝗋𝗂𝖺 𝗌𝗎𝗅𝗅𝖺 𝗏𝗂𝗍𝖺 𝖺𝗆𝗈𝗋𝗈𝗌𝖺

Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi» disse Modigliani alla sua « musa. Molti cercano l’anima nell’altro e non la trovano. E’ l’inizio del “mal d’amore”, un malanno ambiguo che si manifesta non solo per l’assenza dell’amato/a ma anche quando l’amore è finito oppure non riesce a decollare o ancora per delusione. Può ammorbare anche i rapporti con le carte in regola, quelli che fanno presagire un lieto fine. In questi casi il virus non è così evidente, così immediatamente rintracciabile: è estremamente subdolo, crea un diffuso malessere suscettibile di aggravarsi nel tempo e talvolta, quando esplode in tutta la sua virulenza, la prognosi per la coppia può essere infausta. Il virus responsabile è la “credenza”, un insieme di convinzioni consapevoli o inconsapevoli che irrigidiscono le relazioni fino a creare fratture che nel tempo diventano sempre più difficili da sanare. Qualcuno dice che la fine di una storia sia già scritta nel suo inizio. Se pensiamo alle ferme e incrollabili convinzioni su come debbano essere l’amore e la vita a due, non possiamo non concordare. Quando una credenza diventa un dogma si crea un autoinganno rigido che non rende disposti a vedere o fare qualcosa di diverso. Le coppie scoppiano il più delle volte perché non riconoscono o sotto stimano le certezze a cui uno dei due si appella, e di fronte alla manifestazione del disagio ognuno reagisce in ottemperanza alle proprie convinzioni. Così certe convinzioni rigide crollano o s’irrigidiscono a causa della coabitazione forzata della quarantena. Una situazione che alcuni vivono come essere in una pentola a pressione: se la valvola non funziona, scoppia! Alcuni scoprono un partner che non conoscevano; altri esasperano i tratti propri o dell’altro/a; altri ancora assistono increduli al crollo della loro credenza, all’idea che avevano del partner. Un terremoto che supera i bisogni di sicurezza, reciprocità e bene. Com’è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire, canta Battiato. Dalla forza dell’illusione dell’innamoramento all’insano realismo che precedentemente aveva salvato dalla disillusione: ora tutto crolla sotto il peso della fatica relazionale. Oltre alla libertà, le coppie hanno perso anche molto in termini economici. I dati internazionali confermano un’impennata nella richiesta di pratiche di divorzio sia in Cina che negli Stati Uniti e anche in Turchia. Stessa cosa sta succedendo in Italia. La decisione di mettere il timbro “fine” su rapporti già finiti; l’esplosione di reazioni aggressive con la drammatica impennata di violenza domestica. In alcune città sono cambiate anche le procedure: basta un’email per aprire una pratica di separazione consensuale. Il possibile boom delle nascite invece non è successo: la paura delle malattie, la paura di perdere il posto di lavoro, la crisi economica non hanno favorito per ora la fiducia nella vita. Sono invece già evidenti gli esiti clinici in persone che hanno vissuto questo lungo periodo di quarantena come uno stress insopportabile e non come un’opportunità per ridefinire in meglio i rapporti familiari. Aspettiamo e vedremo che per alcuni ci sarà una fisiologica risoluzione con la ripresa della vita. Per altri, si saranno riaccesi disturbi limitanti superati in passato; altri ancora svilupperanno disturbi più o meno severi.