Il piacere che avvelena: sovrappeso e bulimia

Tanti e complessi sono i disordini e i disturbi alimentari.

Ormai in crescita esponenziale negli ultimi decenni, si sono evoluti seguendo i modelli culturali che hanno messo l’immagine di sé come uno dei primi ingredienti della propria identità e autostima. L’identità ce l’abbiamo, non perché siamo nati ma perché gli altri ce la riconoscono. Non siamo altro che il risultato del riconoscimento delle persone che abbiamo incontrato.
L’autostima invece è la considerazione che la persona ha di se stesso. In questo clima la nostra immagine diventa per alcuni il parametro della propria persona, generando spesso comportamenti inefficaci nel tentativo di correggersi. Il piacere e il controllo mal riuscito dell’alimentazione si traducono invece in sovrappeso e bulimia, cioè alimentazione incontrollata. Già Epicuro nelle sue Massime ricorda: «I piaceri più intensi sono quelli provenienti dal ventre».
Un esperto, lui, di gestione del piacere, visto che pare alternasse giornate di digiuno a giornate di grande abbuffate. Insomma il binge eating, (disturbo da alimentazione incontrollata) è un problema diffuso che si basa sull’illusione di tenere sotto controllo il peso. Restringere per strafogarsi è un modo per incrementare il piacere di mangiare, un contrasto che amplifica il senso di gusto e sazietà.
Un meccanismo rischioso perché anche il più raffinato binge eater finisce per abbuffarsi senza tregua.

Come si mantiene il disturbo da binge eating?

La restrizione crea l’abbuffate, a cui segue un periodo di restrizione a cui seguiranno abbuffate incontrollate. Un meccanismo ormai patologico sul quale possiamo intervenire senza pensare di fare leva solo sulla volontà.

La bulimia invece è una patologia alimentare basata su una sfrenata tendenza a mangiare, connotata da un piacere incontrollabile e da una conseguente e continua paura di perdere il controllo. Qui non abbiamo fasi di restrizione o astinenza.

Come si mantiene la bulimia?

Con il tentativo di controllare il desiderio di consumare, cadendo nel paradosso di incrementare il desiderio di abbuffarsi. Sono di solito persone sensibili che imparano ad essere sfrenate con il cibo come una sorta di adattamento funzionale ad una realtà a loro ingestibile. Spesso sono inconsapevoli di questo aspetto del disturbo e vivono il cibo come una sorta di demone che si è impossessato di loro. Tra loro troviamo persone che alternano periodi di dieta, in cui possono raggiungere anche il peso forma, e recupero del peso spesso con interessi. È la casistica più numerosa che si rivolge prevalentemente a dietologi e medici, ma non agli psicoterapeuti. Tutte le diete funzionano, basta essere capaci di seguirle. Se non si riesce siamo in uno dei tanti problemi o disturbi psicologici che rimarranno tali se
non sono adeguatamente trattati.